Scuola austriaca: Hard Brexit positiva per il Regno Unito

21 Marzo 2019, di Daniele Chicca

Con l’Hard Brexit c’è chi stima un possibile tracollo della sterlina fino anche alla parità con il dollaro. C’è chi, come la Banca d’Inghilterra, stima un’economia in recessione. Ci sono poi grossi gruppi privati che hanno annunciato che se ne andranno dal Regno Unito, come Goldman Sachs.

Tuttavia, allargando le considerazioni per includere l’aspetto politico della questione, si può affermare che una Hard Brexit è lo scenario che desideravano i 17,4 milioni di cittadini britannici che hanno votato a favore di una Brexit nel referendum di giugno 2016.

Ai britannici statuto speciale in UE non bastava

Quello che volevano quando hanno votato per il Leave era che il Regno Unito, non sottostasse più alle rigide regole UE e non fosse più governato dalle leggi di Bruxelles. Come il meccanismo dell’unione doganale e il principio della libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali. Questo nonostante Londra potesse usufruire di un trattamento di favore grazie al suo statuto speciale.

Prima che si tenesse il referendum nel 2016, Cameron aveva ottenuto dall’Unione Europea che ai britannici venisse data la possibilità di non attuare le decisioni dell’Europarlamento. Londra avrebbe inoltre potuto stabilire autonomamente in che misura partecipare alla risoluzione dei problemi dei migranti. Con l’accordo si è cercato anche di liberare Londra dall’eccessiva burocrazia e dalla tendenza al protezionismo dell’Europa Unita.

L’allora primo ministro ottenne anche, tra le altre cose più importanti, un maggiore controllo sui benefici sociali dei lavoratori europei fino al 2024, un certo grado di autonomia bancaria senza tuttavia eludere la funzione dell’autorità europea di controllo. Inoltre, è stata ammessa la definizione britannica del concetto di sovranità in ambito europeo, questione che stava e sta molto a cuore al fronte degli irriducibili del Leave.

Londra, inclusione UE avvenuta pur mantenendo l’indipendenza

D’altronde fin dai tempi di Winston Churchill (vedi celebre discorso nel 1946 alla gioventù accademica di Zurigo) arrivando fino all’ex premier conservatore David Cameron, il Regno Unito ha sempre preferito stare dentro all’Europa, ma mantenendo una parte fuori. In caso di Hard Brexit, Londra tornerebbe ai rapporti di 45 anni fa, pre 1973. È l’anno in cui il paese è entrato ufficialmente a far parte del blocco europeo con il 67% dei voti a favore.

In uno scenario di Brexit “soft”, invece, Londra non riconquisterebbe completamente la sua sovranità. E questa è la critica maggiore mossa dal Mises Institute, della scuola austriaca. Il Regno Unito resterebbe soggetto ad alcune delle norme sul commercio, sul manifatturiero e accordi intergovernativi (come le leggi della Corte di Giustizia Europea), che si applicano agli altri Stati membri Ue.

Secondo la costituzione solo il Parlamento può decidere se Londra deve divorziare dall’UE e solo l’aula può stabilire come lo farà. Non la gente. Ma il popolo ha votato in effetti a favore di una hard Brexit. Se non vengono definiti i termini dell’accordo di separazione, senza accordo ci sarà giocoforza una “hard Brexit”.

All’inizio sarà tutto molto caotico. Ci sono una azienda su quattro di quelle che operano sul suolo inglese che secondo le stime della Banca d’Inghilterra non sono preparate a uno scenario senza intesa, che molti definiscono “catastrofico” per economia e mercati.

Gli stessi mercati finanziari, in effetti, non scontano tale scenario. Perché sono convinti che alla fine un accordo di qualche tipo verrà trovato. Il motivo è semplice: l’ipotesi di una Brexit senza accordi sembra non andare bene a nessuno, parlamento incluso. Secondo il consulente bancario Patrick Barron del Mises Institute, della scuola austriaca, gli effetti a lungo termine sarebbero positivi.

Hard Brexit, gli effetti su import e export

Il governo sta valutando la possibilità di azzerare tutti i dazi tranne che nei settori più “sensibili”. Sarebbe una grande notizia per i consumatori britannici, visto che l’UE impone dei dazi su quasi tutti i beni importati dalle nazioni non appartenenti all’UE. I prodotti importati saranno meno cari con Londra fuori dall’UE.

Sul fronte degli export la questione è più delicata. Quando il Regno Unito uscirà ufficialmente dall’unione doganale, senza un’intesa, l’UE imporrà immediatamente dei dazi sui prodotti britannici, come fa per tutti gli altri paesi non UE. Il costo salirà per i compratori UE e questo porterà a un calo netto delle vendite.

L’impatto negativo maggiore ci sarà sui gruppi esportatori britannici ma anche sui consumatori Ue. Dall’altro lato, siccome non dovrà più sottostare alle norme europee di regolamentazione del manifatturiero, il settore britannico potrà approfittare di costi più bassi. Questo dovrebbe consentire di registrare risultati migliori nei paesi non-UE.

Chiaramente ci vorrà tempo per insediarsi e sfruttare i mercati dove i beni e prodotti britannici hanno il potenziale di riscontrare successo. Ma alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno già affermato che sono pronti a firmare degli accordi bilaterali con Londra, proprio per approfittare del suo divorzio dal blocco UE.

Hard Brexit, le conseguenze alla frontiera

Un altro problema riguarda i confini e il famigerato backstop. Senza la rete di protezione concordata da Ue e governo May per evitare una frontiera “fisica” e quindi dura tra le due Irlande, alle dogane regnerà il caos per un bel po’ di tempo. I flussi di migranti e stranieri in UE sono state indubbiamente una delle questioni chiave che ha fatto pendere la bilancia dalla parte del Leave nel referendum del 2016.

Da decenni in Inghilterra una buona fetta della popolazione nutre dubbi sui vantaggi di lasciare la sovranità agli “eurocrati non eletti” di Bruxelles. Oppure di lasciare a loro la decisione sui costi economici di un’unione doganale con dazi elevati. Ma è stata la questione spinosa dei controlli alla frontiera (o della mancanza di questi) a cambiare la partita.

Uno dei quattro pilastri dell’UE riguarda la libertà di movimento della persone all’interno dei confini UE. Gli altri tre riguardano la circolazione di beni, servizi e capitali. Dopo lo scoppio della crisi dei migranti, la situazione si è fatta più critica. È talmente spinosa che rischia di spaccare in due anche la stessa Europa.

Backstop Irlanda, “limitato l’impatto sul commercio”

Una “hard Brexit” farebbe sì che Londra non debba accettare più rifugiati di quanti stima che il suo sistema socio economico possa assorbirne. Con la reintroduzione dei checkpoint e dei controlli alla frontiera tra Ue e Gran Bretagna, però, si creerebbe un bel problema – politico prima ancora che economico – tra Eire e Irlanda del Nord.

Secondo Barron i timori sul backstop sono esagerati. “Molto probabilmente i beni esportati e importati dall’Ere saranno soggetti a controlli random con un impatto limitato sul commercio“. L’UE ha fatto di tutto per ottenere una rete di protezione in Irlanda, ma questo prevede che Belfast rimanga in UE per un po’ di tempo.

È una delle colonne portanti dell’intesa stretta da Downing Street e Bruxelles a dicembre e nella revisione. Ma è anche l’elemento maggiormente controverso. Il fatto è che le possibilità che la Camera dei Comuni inglese – per come è composta ora per lo meno – lo approvi sono pressoché nulle.

Effetti minori sulla City londinese

Anche se alcuni gruppi finanziari si sono trasferiti a Francoforte, Parigi, Lussemburgo o Dublino, non significa che sia arrivata la fine per l’hub finanziario della City. I timori sono eccessivi, secondo Barron, che per diversi anni ha insegnato le teorie economiche della scuola austriaca all’Università dell’Iowa.

D’altronde, sottolinea l’opinionista, anche “dopo il Trattato di Maastricht con cui è nato ufficialmente l’euro si temeva per Londra capitale finanziaria. A meno che gli Ue non impongano delle tasse speciali o dei divieti agli Stati membri UE di operare in Inghilterra e di usare società con sede a Londra, è improbabile che la City sarà molto colpita dalla hard Brexit”.

Conclusioni

L’effetto di una “hard Brexit” per il Regno Unito sarà nel complesso positivo, dice il consulente che di Europa se ne intende avendo peraltro tenuto diversi interventi al Parlamento Europeo. Specialmente, se Londra azzererà tutti i dazi e stringerà patti di libero commercio bilaterali  con il resto del mondo.

L’autore suggerisce anche di rimuovere i dazi anche ai settori più sensibili. Il consiglio di un seguace della Scuola austriaca, favorevole al libero mercato senza alcun freno, non potrebbe essere altrimenti. “Il Regno Unito potrebbe aprire la strada, mostrando a tutto il mondo i benefici del libero scambio unilaterale, proprio come ha fatto nel 19esimo secolo quando ha abolito le Corn Laws“, provvedimenti che imponevano una serie di dazi sui cereali.

Secondo Barron “è l’esito che l’UE teme maggiormente“, perché mostrerebbe i benefici che dà uscire da un’unione doganale e un mercato “chiuso”, delimitato da paletti. Presto si scoprirà se il consulente e professore ha ragione. Al prossimo summit gli Stati membri, sapremo se Bruxelles cercherà in effetti di evitare a tutti i costi queso scenario.

Basta un solo veto o voto contrario di un governo per far saltare l’accordo sullo slittamento della Brexit e far scattare il no deal.