Fuest (Ifo): “Pericolo che euro cada a pezzi è molto reale”

12 Novembre 2018, di Alberto Battaglia

“Il pericolo che l’Ue e l’euro cadano in pezzi è molto reale”: un monito forte, quello pronunciato dal presidente dell’Istituto Ifo di Monaco, uno dei più influenti istituti economici tedeschi. Clemens Fuest, intervistato da T-Online, ha elencato alcune delle criticità provenienti dall’Italia, sottolineando le motivazioni che spingono Berlino a opporsi a riforme come il fondo europeo per la tutela dei depositi bancari.

Un paese senza una propria moneta non può permettersi un debito pubblico superiore al 130% del Pil”, ha chiarito Fuest, di fatto mettendo in luce la debolezza di un Paese che non controlla l’emissione della moneta nella quale è denominato il suo debito pubblico.

Il vero problema in Italia non è l’eccesso di indebitamento, ma la stagnazione economica. L’Italia non cresce, la produttività del lavoro ristagna dagli anni ’90. L’economia italiana è stata duramente colpita dalla globalizzazione e non è riuscita ad adattarvisi”, ha poi aggiunto Fuest (la traduzione è a cura del blog Vocidallagermania), fin qui non distante nell’analisi rispetto a quelle degli economisti di riferimento del governo gialloverde, come Paolo Savona.

Fra le problematiche italiane sollevate dal presidente dell’Ifo, c’è ad esempio l’accesso al mercato del lavoro per i giovani, che sarebbe ostacolato dalle tutele di chi ha già un impiego. Per quanto riguarda il debito pubblico, Fuest non esclude che si possa arrivare a una crisi di fiducia tale da costringere l’Italia a chiedere l’aiuto del fondo salva-stati o degli acquisti straordinari della Bce, le Omt. Ma questo scenario è ancora avvolto da incertezze cruciali:

“Non è chiaro se il Bundestag [il parlamento tedesco Ndr.] possa ancora approvare i programmi di salvataggio dell’Esm [il fondo salva-stati Ndr.]. Secondo la sentenza della Corte costituzionale tedesca, il programma Omt (l’acquisto illimitato di titoli di stato da parte della Banca centrale europea) costituisce un superamento delle competenze della Bce, mentre la Corte di giustizia europea afferma il contrario. Ciò solleva la questione su quale Corte il Bundestag dovrebbe seguire. Ancora più importante, in Italia c’è un governo che non vuole attenersi ai regolamenti dell’Ue. In questa situazione i fondi di salvataggio europei non sono disponibili. Gli aiuti sarebbero disponibili solo se collegati a dei requisiti di ristrutturazione”.

Anche a causa di queste incertezze il premio al rischio sui titoli pubblici italiani è superiore rispetto a quello di altri Paesi dell’Europa mediterranea. Le incertezze sui possibili aiuti europei sarebbero tali da spingere Fuest a ritenere concreta la possibilità di un’uscita forzata dall’euro:

Lo scenario più probabile è che il paese al prossimo rallentamento economico finisca in una crisi finanziaria: una bancarotta statale in Italia porterebbe a una crisi dei mercati finanziari sulla cui portata si può solo speculare. Se il sistema bancario italiano dovesse essere di fronte ad un crollo, l’Italia potrebbe introdurre volontariamente una nuova valuta. C’è anche la variante della valuta parallela, i cosiddetti mini-Bot. Tutto ciò, tuttavia, porterebbe a degli scontri molto forti all’interno della zona euro”.

Fuest, poi, ha escluso che in questo momento adottare una garanzia europea sui depositi possa essere desiderabile, in particolare per la Germania, in quanto “l’Italia in questo modo potrebbe vendere più titoli di stato alle proprie banche. Se dovessero fallire, le perdite verrebbero trasferite alla comunità dell’Eurozona. La pressione dei mercati finanziari sull’Italia si ridurrebbe, e verrebbe incentivato il superamento dei limiti all’indebitamento concordati con gli altri stati”.

“Se vogliamo che l’eurozona nel lungo periodo funzioni, abbiamo bisogno di un’assicurazione comune sui depositi. Tuttavia, il prerequisito obbligatorio per fare ciò è che le banche abbandonino completamente o almeno in gran parte il finanziamento dei loro rispettivi stati di appartenenza. Altrimenti è meglio lasciar stare”.

Inserire un tetto ai titoli di stato nei bilanci delle banche, aveva però sottolineato l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, accrescerebbe la pressione sui tassi d’interesse, con un relativo danno alle finanze pubbliche.