Finlandia, pro e contro reddito minimo e fine lavoro

11 Dicembre 2015, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Reddito minimo a tutti,  per 800 euro netti al mese. È la proposta controversa della Finlandia, che da tempo alimenta un dibattito acceso tra sostenitori e oppositori. C’è chi ha detto che l’assegnazione di una tale somma potrebbe decretare la fine del lavoro nel paese, dal momento che, con 800 euro, alla fine si potrebbe anche riuscire a vivere, certo aspirando al minimo indispensabile.

L’idea sarebbe dunque un disincentivo a lavorare, per diversi critici, in un’economia già caratterizzata da un elevato tasso di disoccupazione. Al contempo, secondo i sostenitori,  le spese previdenziali dello Stato verrebbero semplificate, e alcuni sistemi di benefit burocratici e complessi potrebbero terminare.

La proposta dovrebbe essere finalizzata nel 2016, e prendere ufficialmente il via alla stregua di un programma ibrido nel 2017, offrendo a tutti i cittadini, all’inizio, un assegno di 550 euro al mese e mantenendo operativi alcuni servizi sociali. Un recente sondaggio ha mostrato che la proposta è decisamente popolare all’interno del paese, con il 69% dei cittadini che si dice favorevole.

La Finlandia non è certo la prima a considerare l’adozione del reddito minito. La città olandese di Utrecht lancerà infatti un esperimento in tal senso prima, nel gennaio del 2016. Anche qui le polemiche non mancano ma Nienke Horst, projet manager per il comune di Utrecht, ha così detto:

“Crediamo che ci saranno più persone un po’ più felici, che troveranno comunque un lavoro”

C’è poi la Svizzera, che si sta preparando a indire un referendum che, se approvato, garantirebbe a ogni cittadino svizzero un reddito minimo di 2.500 franchi svizzeri al mese.

Ma, tornando al caso della Finlandia, quali sarebbero i pro e i contro del reddito minimo ?

Bloomberg riporta che le maggiori critiche sono sui costi enormi che la realizzazione di un tale progetto richiederebbe. Dare a ogni finlandese 800 euro al mese costerebbe al governo 52,2 miliardi di euro l’anno, a fronte di entrate fiscali per il 2016 attese a 49,1 miliardi di euro. È vero tuttavia che tale numero potrebbe essere ingannevole, in quanto non ogni finlandese è un adulto con età lavorativa, e i ricchi – che pur riceverebbero 800 euro – rimarrebbero comunque soggetti alla tassazione attuale.

Il maggiore incentivo all’adozione del reddito minimo è che, a fronte della sua erogazione, la maggior parte di programmi di welfare che sono in vigore nel paese verrebbero cancellati. Un beneficio non di poco conto visto che, stando ai dati dell’Ocse, nel 2014 la Finlandia ha presentato la spesa sociale più elevata in percentuale del Pil. Riguardo al problema del lavoro, il tasso di disoccupazione del paese è all’incirca pari al 9,5%.

La storia dà una risposta – in realtà non molto precisa – all’interrogativo sull’efficienza o meno del reddito minimo. La citta canadese di Dauphin sperimentò tale programma dal 1974 al 1979. È vero che il risultato fu un calo delle ore lavorate, ma maggior tempo venne dedicato all’istruzione e un maggiore numero di donne prese periodi più lunghi di maternità.

In Uganda, un programma a favore dei disoccupati di tal genere si tradusse in un balzo delle ore lavorate +17%, a fronte di un aumento degli utili delle attività di business create +38%. (Leggi l’esperimento).

Fonte: Business Insider