Economia globale convince anche ribassista Roubini

16 Ottobre 2017, di Daniele Chicca

L’economia globale sembra attraversare un momento di grazia, vista l’inflazione bassa e i Pil in risalita pressoché dovunque, ma ci sono almeno tre fattori di rischio principali che minacciano di deragliare la ripresa: li ha elencati l’economista e professore della New York University Nouriel Roubini.

Tra questi, i possibili errori di politica monetaria che la Federal Reserve potrebbe commettere, una frenata brusca dell’economia cinese e l’assunzione di un orientamento troppo protezionista in ambito commerciale da parte degli Stati Uniti.

Roubini, I cui allarmi lanciati sui prezzi immobiliari alla vigilia dello scope della crisi dei mutui subprime, gli sono valsi il soprannome di ”Dr. Doom” ha preso la parola durante un convegno annuale sui flussi di capitale tenutosi all’Institute of International Finance a Washington D.C..

Le condizioni attuali sono favorevoli ai mercati emergenti. A livello mondiale, I tassi di interesse rimangono bassi per via delle misure ancora ampiamente accomodati delle banche centrali. Risparmi e investimenti, nel frattempo, languono.

Roubini, presidente di Roubini Global Economics, ha citato diversi fatto di pericolo, il principale dei quali nel mondo occidentale risulta essere i rischi di deriva protezionista.  C’è il rischio reale che il Nafta sia in rotta di collisione. Se gli Stati Uniti abbandonano il trattato commerciale, “Sarebbe un errore grave perché finirebbe per farsi ostili i paesi che geograficamente si trovano a sud dell’America.

Il principale di tutti i rischi nel 2018 lo rappresenterà in ogni modo l’amministrazione Trump, sempre secondo Roubini. I tagli fiscali eccessivi in Usa potrebbero portare a un rafforzamento del dollaro tale da spingere la Fed a intervenire per frenarne la crescita con una politica di irrigidimento monetario più aggressiva del previsto.

Roubini sottolinea che ritiene calate le preoccupazioni circa un ‘hard landing’ (un atterraggio difficile) dell’economia della Cina dopo anni di tassi di crescita sostenuti, anche se dei timori rimangono, specialmente se si guarda ai rischi legati alla creazione di una bolla creditizia.

Un altro fattore di rischio riguarda la possibilità che l’inflazione risalga la china. “Se vedremo sia piena occupazione sia salari in crescita, non è da escludere che la Fed rimanga indietro” con il ritmo di incremento dei tassi di interesse e dovrà imporre strette monetarie con maggiore aggressività.

Hyun Song Shin, head of research presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), ha osservato che un dollaro debole alimenta una fuga di capitali dagli Stati Uniti. Quando il dollaro Usa è fiacco, c’è sempre una maggiore fuga di capitali, in particolare di denominati in dollari. Viceversa quando il dollaro si rafforza i flussi rallentano o si inverte del tutto la tendenza e sono più numerosi i capitali in entrata.

Taimur Baig, global chief economist presso DBS Bank, da parte sua è più preoccupato per le prospettive in Asia, in particolare per il fenomeno in crescita dei prestiti forniti da entità non finanziarie e bancarie. Quello che ha messo in difficoltà l’Asia 20 anni fa è stata propria la mancanze di controlli e il fatto che le società finanziarie della Thailandia non fossero sottoposte a processi di supervisione adeguati.

Richard Lacaille, global chief investment officer presso State Street Global Advisors, prevede che la maxi riforma fiscale Usa finisca per essere rimandata o comunque che sarà diluita rispetto a quelle che sono le mire di Donald Trump. Il presidente Usa ne ha fatto uno dei suo cavalli di battaglia in campagna elettorale, ma “è difficile fare conciliare l’idea che gli utili societari vengano fatti rimpatriare dall’estero con la realtà dei difficili negoziati politici a Washington” qualsiasi legge sarà difficile da approvare, per lo meno finché Congresso a maggioranza Repubblicana e Casa Bianca non sono sugli stessi binari.