Dove nascono le scarpe di Chanel

26 Novembre 2020, di Redazione Wall Street Italia

Nello storico calzaturificio di Parabiago il savoir-faire artigianale italiano incontra l’eleganza francese

A cura di Francesca Gastaldi e Margherita Calabi

Dai bozzetti di Karl Lagerfeld incorniciati dove le iconiche scarpe bicolore create da Mademoiselle Chanel aspettano di essere riposte nella loro scatola, da Roveda tutto sembra raccontare la storia di un sodalizio speciale: quello tra l’eleganza francese e la maestria senza tempo degli artigiani italiani.

La fase finale di pulitura e controllo qualità delle calzature in attesa della messa in scatola

L’azienda calzaturiera di Parabiago ha alle spalle una lunga storia che comincia nel 1955, quando Giovanni Roveda e sua moglie fondarono un piccolo laboratorio artigianale le cui creazioni furono destinate a essere esposte nelle vetrine più lussuose di Milano e di Parigi. “Giovanni Roveda è stato lungimirante”, racconta Stefano Risorto, direttore generale dell’azienda, “perché capì subito che per raggiungere il successo era importante collabora- re con marchi di prestigio, in particolar modo con brand francesi del calibro di Lanvin, Chloé, Roger Vivier e Chanel”. È stata infatti la collaborazione con la celebre maison della doppia C, iniziata negli anni ‘80, a trasformare Roveda da piccola azienda calzaturiera a laboratorio industriale, dove il savoir-faire artigianale è una componente imprescindibile e dove si producono più di mille modelli di calzature all’anno per diversi brand di lusso, incluso Chanel. Il marchio francese ha acquistato l’azienda nel 2000 incrementandone le capacità interne ed esterne e migliorandone i processi produttivi. Oggi Roveda è una realtà con circa 330 dipendenti, estesa su una superficie di quasi 8000 mq. “Divertire e divertirsi dando vita nel tempo a emozioni preziose”, questa è la frase che riassume la visione dell’azienda. “Il nostro obiettivo”, spiega Risorto, “è quello di fare sentire alle persone che indossano le nostre creazioni la stessa emozione che noi mettiamo nel realizzarle”.

Stefano Risorto direttore generale di Roveda

Il successo di Roveda è legato ai suoi lavoratori, capaci di portare avanti una tradizione legata ancora oggi a un sapiente lavoro manuale. Solo pochi passaggi della catena a tecnologie automatizzate. “Per produrre una scarpa di lusso sono necessarie fino a 180 operazioni, per un tempo che va dai 90 ai 300 minuti per ciascun paio. La classica slingback di Chanel richiede una lavorazione di circa 120 minuti”, racconta Risorto. “Il nostro obiettivo è quello di conciliare tradizione artigianale e innovazione senza compromettere le caratteristiche principali del nostro prodotto e senza intaccare il savoir-faire manuale. Siamo la prima azienda in Italia che ha inserito una linea automatizzata per alcune fasi produttive delle scarpe e lo abbiamo fatto con un duplice obiettivo: tutelare la sicurezza dei nostri lavoratori e aumentare la produttività”.

Dal taglio alla creazione della tomaia, fino ad arrivare all’assemblaggio e finissaggio, osservando gli artigiani di Roveda portare a termine ciascun passaggio della produzione appare evidente che una semplice macchina non potrebbe mai realizzare una scarpa di lusso in completa autonomia. “Ci affidiamo solo ai migliori esperti del settore in grado di rispettare standard qualitativi elevati, perché l’attenzione delle persone sull’oggetto continua a essere uno degli aspetti peculiari del nostro lavoro”.

Il montaggio della punta della tomaia sulla forma prima delle operazioni di montaggio

A contribuire al prestigio dell’azienda è anche la scelta strategica di avvalersi di un dipartimento di ricerca e sviluppo, un team costituito da circa 70 persone il cui compito è quello di trasformare un’idea o un semplice schizzo creativo in una calzatura. “Abbiamo deciso di creare questa squadra per dare la possibilità ai clienti di confrontarsi con un team dedicato, pronto ad ascoltare e a tradurre velocemente le loro esigenze in realtà. La ricerca è fondamentale anche dal punto di vista della scelta dei materiali: basti pensare che per Chanel utilizziamo solo pelli che provengono da una filiera alimentare e stiamo mettendo in atto progetti importanti dedicati al riciclo e al plastic free”.

Altrettanto centrale nella filosofia di Roveda è il tema della sostenibilità: impiego di energia 100% rinnovabile e scelte a basso impatto ambientale si fondono con una politica di welfare aziendale che mette al primo posto il benessere dei suoi dipendenti, investendo in modo importante sui giovani. “Abbiamo creato un comitato junior perché crediamo che sia importante dare voce a coloro che rappresenteranno l’azienda di domani. Il progetto è focalizzato sulla sostenibilità: vorrei che questo concetto venisse tradotto realmente in un vantaggio competitivo per l’azienda con proposte a tutti gli effetti misurabili e tangibili”. Un esempio concreto dell’impegno Forest: attraverso la piattaforma Treedom. net, l’azienda ha creato la propria foresta in Kenya, piantando 600 alberi sul territorio e permettendo a ogni dipendente di scegliere il proprio albero e di monitorarne la crescita e di anidride carbonica.

Vista del reparto sviluppo dell’azienda con modelleria soppalcata

Rivolta ai giovani, invece, è Roveda Academy, che ha l’obiettivo di tutelare e tramandare le competenze artigianali attraverso la formazione delle nuove generazioni. “Abbiamo avviato questo progetto nel 2016 con le scuole tecniche della zona. L’idea è quella di reclutare giovani interessati a questo lavoro, maestri e premiare i migliori con l’assunzione in azienda. Nel 2018 abbiamo assunto 13 ragazzi che adesso fanno parte a tutti glie effetti della nostra realtà”.

All’ingresso dell’azienda è ancora possibile vedere il piccolo tavolo di legno con gli attrezzi da lavoro da cui tutto è cominciato più di 60 anni fa, prima che Roveda diventasse una realtà di successo. Qual è, ancora oggi, la sfida più grande da portare avanti ogni giorno? Per Stefano Risorto non ci sono dubbi, “continuare a creare una calzatura in grado di emozionare”.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di novembre del magazine Wall Street Italia.