Capitali esteri in Italia, in un anno crollo di -53%

18 Marzo 2012, di Redazione Wall Street Italia

«La crisi bancaria – spiega l`economista Gianfranco Viesti – ha portato ad un ripensamento della filiera economica. Ora tutti hanno compreso che l`industria è importante non solo per i beni che produce, e che si possono esportare allargando la ricchezza di un Paese, ma anche per i servizi pregiati che le ruotano intorno, a partire dall`istruzione e dalla progettazione. Insomma solo piccole aree superspecializzate in servizi ad altissimo valore aggiunto come Londra possono vivere bene senza industria. Il resto del mondo prospera se produce beni».

In questo quadro l`Italia sta correndo il gravissimo rischio di essere emarginata dai flussi globali di investimenti industriali.
Secondo gli ultimi dati disponibili – quelli dell`Unctad – ne1 2010 gli investimenti diretti esteri in Italia si sono ridotti del 53%. Tempistica e proporzioni del fenomeno sono allarmanti.

Anche se prima degli anni Novanta – nonostante i grovigli burocratici, le estenuanti cause civili e le infrastrutture zoppicanti – in Italia si è stabilito un discreto nucleo di imprese straniere, circa 14 mila, alle quali fanno capo quasi il 4% dei lavoratori dipendenti italiani. Per far lievitare questo numero non c`è tempo da perdere.

Gli investimenti esteri, infatti, si stanno riprendendo alla grande un po` ovunque perché oltre alle multinazionali americane e tedesche ora sono quelle cinesi, indiane e brasiliane a piantare le loro bandierine in giro per il mondo.
Ecco cosa scrive il Rapporto Ocse 2011 sull`industria nel mondo: «I flussi medi degli investimenti cinesi all`estero sono aumentati di nove volte nel decennio del 2000». Non solo. Sta cambiando alla velocità della luce anche la qualità delle produzioni industriali nel mondo.

«Oggi – recita l`Ocse – nei paesi emergenti il commercio di beni high-tech rappresenta il 30% del totale dei prodotti industriali, rispetto al 25% dei paesi più industrializati». In parole povere, l`Italia non solo rischia di ospitare pochi investimenti industriali ma anche di ricevere solo quelli a minor valore aggiunto.

Clamoroso, in questo scenario, il recente caso della British Gas che ha rinunciato a costruire il rigassificatore di Brindisi dopo 11 anni di battaglie con le autorità locali. E tuttavia l`orizzonte non è ancora chiuso del tutto. A sorpresa lo segnala l’Economist. Il severo settimanale della City ha dedicato una pagina ai casi di marchi italiani che stanno facendo gola a investitori stranieri.

«Molte case italiane occupano nicchie interessanti nel comprato del lusso, altri usano tecnologie innovative e alcune multinazionali se ne sono accorte per tempo», scrive l`Economist. Che non si limita a citare i casi di Bulgari e della Parmalat acquistate da potenti multibrand francesi. Ecco allora la cinese Hotyork pronta ad acquistare 1`80% della De Tomaso (auto di lusso). E ancora: la Shandong Industria che ha comprato la Ferretti (yacht) e i coreani della Eland già proprietari del 49% della Coccinelle (borse). Per finire con la Russian Standard che ha preso il 70% della Gancia per rifinanziarla e consentirle il rilancio sui mercati globali. «Allo shopping – chiosa Viesti – ora sarebbe ottima cosa affiancare qualche fabbrica straniera costruita in Italia dal prato verde, magari con ricadute tecnologiche».