Caos Pd. Renzi si dimette, ma il partito va comunque verso scissione

20 Febbraio 2017, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – A dieci anni dalla sua nascita il Partito democratico è sull’orlo della scissione. L’ex premier Matteo Renzi si dimette e al tempo stesso annuncia la sua ricandidatura a guidare il partito, tracciando la road map da seguire: Congresso subito entro quattro mesi e primarie il 7 maggio.

“Se non si fa il congresso diventiamo come gli altri, trovare un equilibrio non è difficile ma per fare cosa se il Pd ha già vissuto passaggi analoghi nel ’98 con Prodi, nel 2009 quando si è dimesso Veltroni (…) Il Pd si basa sui voti e non sui veti, il congresso è l’alternativa al modello Casaleggio o al modello Arcore (…) Ho accettato la proposta di Piero Fassino, ho comunicato formalmente le dimissioni. Il congresso ha dei tempi statutari. La parola scissione è una delle parole più brutte. Peggio c’è solo la parola ricatto. E la scissione è stata usata come un ricatto”.

E alla minoranza Dem, Renzi lancia una sfida dal palco dell’hotel parco dei Principi ai Parioli dove si è tenuta la Direzione nazionale:

“Mettetevi in gioco non potete chiedere a chi si dimette di non candidarsi perché così si svita la scissione. Perché questa non è una regola del gioco democratico (…) si va avanti allegri, basta zig zag”.

Come hanno reagito all’interno del Partito democratico? Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil afferma che il congresso nasce con il piede sbagliato.

“E’ chiaro che per molti si apre una riflessione che poi porterà a una scelta. La parola scissione per me non ha senso, non avendone mai fatta una. Ma per stare dentro il partito ci vuole il rispetto da parte di tutti”.

Anche l’ex premier Pier Luigi Bersani si dice preoccupato.

“A me non convince. Siamo a un punto certamente delicato, non è vero che abbiamo già scelto. Una parte pensa che si va a sbattere, e con il Pd anche l’Italia. Non diciamo abbiamo ragione per forza, vogliamo mandare a casa Renzi per forza, diciamo che vogliamo poter discutere di una urgente correzione di rotta. Il segretario ha alzato un muro, ha detto si va avanti cosi, vuol dire fare un congresso cotto e mangiato in tre mesi dove non sarà possibile aprire discussione”.

Tenta la strada della mediazione il primo segretario del Pd, Walter Veltroni.

“Mi sembra sbagliato quanto sta accadendo e voglio rivolgere un appello a tutti perché non si separi la loro strada da quella di tutti noi. Lo faccio non usando l’argomento tradizionale dell’invito all’unità ma dicendo ai compagni e agli amici che delle loro idee, del loro punto di vista il Pd ha bisogno”.

E se il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi sostiene che è stato alzato un muro e sono maturi i tempi per formare una nuova area, è il capitolo Emiliano che desta maggiori preoccupazioni. Nel pomeriggio il presidente della Regione Puglia aveva parlato di unità a portata di mano.

“Nessuno ha mai concepito il fatto che Renzi non si possa ricandidare alla segreteria”.

Parole che hanno provocato la reazione della platea visto che secondo alcuni lanci di agenzia era stato proprio il governatore della Puglia a evocare nelle scorse ore un possibile passo indietro di Renzi. Emiliano alla fine del suo intervento, è andato a stringere vigorosamente la mano all’ex premier.

Ma è ad assemblea conclusa che cambia tono e in un comunicato congiunto con lo stesso Rossi e Roberto Speranza parla di scissione.

“Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”.