May umiliata, Westminster prende controllo Brexit

26 Marzo 2019, di Mariangela Tessa

Nuovo duro colpo per Theresa May. Nella nottata di ieri, la Camera dei Comuni ha approvato l’emendamento che di fatto concede al Parlamento il controllo dell’accordo sulla Brexit, mettendo così in un angolo la premier britannica.

La proposta di modifica, promossa dai Tory dissidenti Oliver Letwin e Dominic Grieve e dal laburista Hilary Benn  e approvata con 329 sì e 302 no, costringe di fatto il governo May a seguire dalla in poi le indicazioni proposte da Westminister sul percorso futuro della Brexit: mantenimento nel mercato unico, nuovo referendum o addirittura la cancellazione dell’uscita dalla Ue.

Avendo votato a favore dell’emendamento tre ministri si sono dovuti dimettere. A Londra regna il caos più totale con Theresa May che adesso rischia di perdere la leadership del suo partito. La premier ha ammesso di non avere il “sostegno sufficiente” per fare votare di nuovo sull’intesa con l’Ue sulla Brexit.

“Per come stanno le cose non c’è ancora un appoggio sufficiente all’interno del Parlamento per ripresentare l’accordo per un terzo voto“, ha detto la premier a Westminster. Ma, ha aggiunto la premier britannica, “continuerò a lavorare per tentare di raggiungere un consenso che mi consenta di presentarlo in settimana”.

Il tempo stringe, l’UE ha dato tempo al Regno Unito fino al 22 maggio per trovare una soluzione.

Voto salta: possibili nuovo referendum e revoca articolo 50

Il meaningful vote numero tre non si terrà mentre continua la corsa contro il tempo per scongiurare un no deal. È lo scenario di default in caso di raggiungimento della deadline senza accordo. Tra le ipotesi ci sono anche: una relazione con l’Unione Europea basata su un accordo di libero scambio come quello stretto con la Norvegia; l’entrata a far parte in modo permanente dell’unione doganale; oppure ancora l’uscita dall’Ue senza un accordo.

Scenario, quest’ultimo che tuttavia è stato respinto con un ampio margine di voti dall’aula. Un’altra possibilità che si potrebbe aprire è quella della revoca diretta dell’articolo 50. Porterebbe alla cancellazione della Brexit, una decisione che andrebbe contro il volere del popolo. Questa ipotesi e quella di un nuovo referendum rimangono al momento improbabili, visti i numeri dell’aula.

Anche perché la posizione del governo britannico contro un secondo referendum sulla Brexit non cambia, malgrado la manifestazione di un milione di sostenitori pro Remain a Londra e le oltre 5 milioni di firme raccolte online. May lo ha ribadito, rispondendo alla polemica di un deputato Tory dissidente, Brexiteer della prima ora, contro il suo ministro del Tesoro, Philip Hammond, sull’argomento.

“La posizione del governo è che bisogna attuare il risultato del primo referendum”, ha detto la premier, notando che Hammond s’è limitato a riconoscere che la proposta di un referendum bis abbia dei sostenitori alla Camera.

Prospettive positive ma con cautela per sterlina e Bond

La stampa britannica è severa dopo il voto dei parlamentari: “Il primo ministro umiliato da una ribellione tra i conservatori, mentre il governo si sta preparando per le elezioni anticipate” scrive il Times. “Umiliazione per Theresa May che perde il controllo della Brexit a favore dei deputati Remainers (che vogliono rimanere nell’Ue, ndr”) titola The Sun.

I mercati invece da parte loro reagiscono bene, con la sterlina che si è rafforzata. Per quanto riguarda il mercato obbligazionario Chris Iggo, CIO per l’obbligazionario di Axa Investment Managers precisa che le prospettive restano incerte. “I mercati non si muovono perché nessuno sa in che direzione muoversi, anche se la sterlina si è in parte allontanata dall’eventualità di un tracollo”.

Il manager puntualizza inoltre che i fattori tecnici del mercato del credito sembrano “molto positivi”. “Quest’anno le nuove emissioni obbligazionarie non sono numerose, né per i titoli di Stato né per le obbligazioni societarie”.

“I tassi restano invariati. Dunque il credito corporate britannico, che può produrre un rendimento superiore al 3% nelle fasce più basse dell’investment grade, sembra abbastanza solido. Ci vuole però cautela: se consideriamo lo scenario politico, nulla ci dice che la situazione non possa peggiorare“.