Banche “too big to fail”? Rimpiccioliamole!

21 Febbraio 2016, di Luciano Martinoli

Da tempo si discute, in Italia e in Europa, della necessità di avere soggetti finanziari sempre più grandi. Le motivazioni sono sia di (presunto) beneficio di business, un’azienda tanto più è grande tanto più produce ricchezza per tutti, sia di carattere sistemico, due patrimoni in comune fanno un patrimonio maggiore in grado di assorbire più rischi.

Da qualche tempo, però, alcune voci fuori dal coro cercano di comunicare una prospettiva diversa che evidenzia i rischi di queste concentrazioni da entrambi le prospettive.

Un articolo apparso sul The New York Times del 16 febbraio, propone l’opinione di Neel Kashkari nel suo primo discorso pubblico come Presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis.

Mr. Kashkari, che aveva servito come senior Tresaury Department official durante le Amministrazioni di Bush e Obama, dichiara esplicitamente che l’unico modo per evitare altre e future crisi sistemiche è quello di “spezzettare tutte le banche che hanno raggiunto la condizione di “Too big to fail”.
Mr. Kashkari paragona il problema a quello delle centrali nucleari: non si può correre nessun rischio in questi impianti. Lo stesso deve accadere per le banche: non possiamo correre alcun rischio che esse possano fallire.

Il parallelo, oltre ad evocare in maniera efficace la vastità dei danni provocate dalle due catastrofi (bancarie e nucleari), rimanda a una dimensione “sistemica” che viene trascurata: in entrambi i casi sarà la collettività a dover rimediare ai danni. Dunque, nel caso bancario, invece di pensare solo a chi deve salvare la banca in caso di fallimento (il bailin, ovvero il salvataggio interno ad opera di azionisti, obbligazionisti, correntisti), perchè non aprire il dibattito su quali accorgimenti adottare per evitare che possano fallire?

E’ una prospettiva che merita un’attenta valutazione proprio in virtù del nuovo principio che ha lo scopo di evitare di ricorrere alla incolpevole collettività nel caso dei disastri finanziari, dunque applicabile anche ad istituzioni diverse da quelle bancarie.

Purtroppo, almeno in Italia, si sta andando esattamente nella direzione opposta, senza ”se” e senza “ma”, nella convinzione che due debolezze se messe assieme possano fare una forza.
Perché invece non riparlarne, come suggerisce l’autorevole presidente della Fed di Minneapolis?

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