Le banche italiane salvate grazie ai soldi pubblici, una storia

16 Dicembre 2019, di Alberto Battaglia

La storia dei salvataggi bancari italiani, dal 2012 a oggi, ha seguito copioni di volta in volta diversi. Per questa ragione, è difficile formulare una stima precisa dell’esborso effettuato dallo Stato.
O meglio, della parte che sarebbe da ritenersi ormai perduta.
In alcuni casi, ad esempio, la mano pubblica è intervenuta sottoscrivendo obbligazioni (come nel caso Mps) poi ripagate; in altri ha offerto garanzie sul recupero dei crediti deteriorati (caso banche venete) i cui costi non sono ancora certi.

Di sicuro gli episodi d’intervento pubblico non sono mancati.
A partire dall’introduzione della direttiva Brrd sul bail-in (2016), poi, è cambiata la percezione stessa del salvataggio pubblico: da ignominioso regalo ai banchieri a provvidenziale ombrello per scongiurare il più possibile costose partecipazioni alle perdite da parte di obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila euro.

Monti Bond – Mps (2012-2013)

Il primo atto dell’intervento statale andò a vantaggio di MontePaschi, con un’emissione obbligazionaria appositamente finalizzata sostenere la banca senese: furono prestati 3,9 miliardi euro, successivamente restituiti.

Decreto Imu-Bankitalia (gennaio 2014)

Attraverso questo decreto furono rivalutate le quote azionarie della Banca d’Italia detenute dalle banche commerciali, con l’obiettivo di incassare l’imposta (una tantum) sul guadagno in conto capitale. Per lo Stato ciò significò un’entrata immediata di 1,2-1,5 miliardi di euro.
Negli anni successivi, però, le banche potranno una fetta più consistente dei dividendi di Bankitalia, fino a un massimo complessivo di 450 milioni l’anno. Secondo lavoce.info, anche questo intervento non è da considerarsi, per il momento, negativo per le casse pubbliche.

Le quattro banche regionali – Decreto salva-banche (novembre 2015)

Il noto decreto del governo Renzi intervenne nelle crisi della Banca Etruria, Cari Ferrara, Cari Chieti e Banca Marche, predisponendo un decreto che prevedeva l’azzeramento del capitale di azionisti e obbligazionisti subordinati pochi mesi prima dell’entrata in vigore del bail-in. Il governo motivò l’intervento come “protettivo” per i correntisti che, poco dopo, sarebbero potuti essere soggetti alla nuova e più severa direttiva.
Il Fondo interbancario per la tutela dei depositi ha successivamente messo a disposizione le risorse per ristorare i risparmiatori truffati, su impulso del legislatore. Successivamente è stato istituito il Fondo di indennizzo risparmiatori, con una dotazione totale 1,575 miliardi di euro che prevede un rimborso fino al 30% del prezzo d’acquisto per i possessori di azioni e al 95% per i possessori di obbligazioni subordinate (fino a 100mila euro in entrambi i casi).

Costituzione dei Fondi Atlante 1 e 2 (2016)

Con l’obiettivo di creare un fondo misto pubblico-privato per la ricapitalizzazione delle banche e la rilevazione dei crediti deteriorati, sono stati creati questi due fondi, per un costo complessivo a carico dello Stato di 650 milioni di euro (che non torneranno indietro).

Ricapitalizzazione precauzionale di Mps (dicembre 2016)

Data l’importanza sistemica di Mps, lo Stato è intervenuto partecipando con 3,9 miliardi alla ricapitalizzazione della banca senese, divenendone maggiore azionista, e destinando 1,5 miliardi al rimborso degli obbligazionisti al dettaglio colpiti dalla conversione in azioni necessaria alla messa in sicurezza dell’istituto. Complessivamente, scrive lavoce.info, lo Stato ha speso 5,4 miliardi di euro su Mps, detiene il 70% delle quote azionarie e molto probabilmente subirà una perdita nel momento in cui queste saranno vendute, entro il 2021. Al momento, però, non è possibile calcolare con certezza la minusvalenza finale.

Le banche venete (2017)

Il salvataggio di Pop Vicenza e Veneto Banca è stato finora il più oneroso per lo Stato. Ma il rischio era molto grande. In caso di mancato intervento pubblico, ricorda l’Osservatorio per i conti pubblici dell’Università Cattolica, “si sarebbero persi 7,6 miliardi di obbligazioni e 11,5 miliardi di conti correnti (in parte comunque tutelati, sotto i 100mila euro)”. L’operazione ha previsto un anticipo di cassa di 4,8 miliardi di euro in favore di banca Intesa, che ha poi rilevato le due banche al prezzo simbolico di un euro. Lo Stato poi ha aggiunto “400 milioni di garanzie, a fronte di un ammontare garantito tra crediti a rischio ed eventuali cause legali di 12 miliardi”, scrive lavoce.info. Si prevede, secondo stime del Sole 24 Ore, che sui crediti deteriorati delle due banche vadano scontate perdite per circa 6 miliardi e mezzo, a seguito di cause perse e crediti inesigibili.

Decreto salva Carige (giugno 2019)

In via precauzionale, il governo gialloverde predispose un decreto che avrebbe posto garanzie sul nuovo debito emesso dalla banca Carige e previsto l’acquisto da parte dello Stato di nuove emissioni azionarie da parte dell’istituto, fino a un massimo di un miliardo. L’intervento pubblico, a seguito di una soluzione di mercato, non si è poi rivelato necessario.

Banca Popolare di Bari

Arrivando all’ultimo atto delle crisi bancarie italiane, anche Pop Bari, come prima accaduto a Carige, è finita sotto la gestione commissariale, a partire da venerdi 13 dicembre. Il decreto varato il 15 dicembre dal governo Conte bis prevede una ricapitalizzazione da 900 milioni di Mediocredito centrale, attraverso Invitalia, due enti controllati direttamente dal ministero dell’Economia. Sarà poi Mediocredito a partecipare all’aumento di capitale della Banca popolare di Bari, per favorirne il rilancio.