Banche italiane, altri aumenti di capitale in vista

5 Giugno 2017, di Daniele Chicca

C’è più di un motivo per cui le banche italiane continuano a scambiare a prezzo scontato sui mercati finanziari rispetto alle rivali, i due più importanti dei quali sono relativi alla crisi patrimoniale e ai crediti derivati con tutti i rischi che si portano appresso. Per una ripresa sostenibile, ci sarà bisogno di almeno 40 miliardi di capitali extra e forse fino a 90 miliardi.

Lo dice un’analisi di Berenberg. Le ragioni per cui vale la pena comprare titoli del settore, invece, sono principalmente tre e le ha messe in fila ieri il Financial Times. Innanzitutto la convinzione che un rialzo dei tassi aiuterà la redditività delle banche.

L’altro motivo risiede nella qualità degli asset iscritti a bilancio e in gestione. L’ammontare di crediti deteriorati sta gradualmente calando, con i livelli che ultimamente si sono avvicinati a quelli pre crisi. Al netto degli accantonamenti il valore complessivo dei crediti in difficoltà è sceso di 18 miliardi di euro l’anno scorso attestandosi a 173 miliardi circa.

UniCredit ha messo a punto un piano per liberarsi, nel 2017, di un ammontare di npl pari a quello epurato dall’intero settore italiano l’anno prima. Le maggiori banche hanno un tasso di copertura dei debiti in media del 6% più alto rispetto alle concorrenti europee.

In terzo luogo, i titoli del settore scambiano a un prezzo di sconto se confrontato con la concorrenza. Nel complesso le banche italiane offrono uno sconto del 20% rispetto al book value, una percentuale più bassa, per esempio, della Spagna.

Il problema è invece legato ai tassi di interesse destinati a salire, un fenomeno che porterà non solo ad effetti benefici sugli utili ma gioco forza a un deterioramento delle attività creditizie e a un incremento delle sofferenze in pancia agli istituti, che nonostante il recente trend positivo restano comunque su livdlli elevati. I crediti deteriorati netti rappresentano un decimo del totale dei prestiti.

Se le altre banche seguono l’esempio di UniCredit – riducendo i rischi di bilancio grazie a uno smaltimento dei crediti deteriorati e un incremento degli accantonamenti – avranno bisogno di reperire risorse fresche di capitale, ossia varare aumenti di capitale.

Secondo i calcoli di Berenberg citati dal Financial Times servono 40-90 miliardi di euro per colmare il buco che verrà a formarsi con rialzo dei tassi di interesse e modelli di smaltimento dei crediti deteriorati, un importo molto più alto di quello che possono garantire i due fondi Atlante sponsorizzati dal governo.

La Bce si riunisce l’8 giugno e non dovrebbe apportare grandi cambiamenti alle politiche di stimolo monetario. Dal 2018, tuttavia, la politica di Mario Draghi e del board della banca centrale dovrebbe vertere verso un approccio più rigido volto a raffreddare l’inflazione e riportare gradualmente il costo del denaro alla normalità. Sarà un’opera chirurgica, particolarmente complessa proprio per l’Italia dove l’intreccio tra debito sovrano e banche è ben noto.

Come dimostra il caso di Mps, sottolinea il quotidiano finanziario britannico, più il credito tossico siede nei bilanci di una banca e più difficile e caro sarà venderlo. Purificare i bilanci dagli npl avrà un peso sugli utili delle banche, la cui redditività potrebbe migliorare con un aumento del costo del denaro in Eurozona, ma non abbastanza da riaccendere l’interesse sul settore delle banche italiane in Borsa, le quali sono “condannate” a scambiare ancora a lungo su valori più bassi della concorrenza.