Banche centrali: allarme rosso sul fronte inflazione

13 Gennaio 2022, di Mariangela Tessa

L’inflazione resta al centro delle preoccupazioni dei banchieri centrali. Mentre gli ultimi dati in arrivo dagli Stati Uniti, hanno confermato prezzi in aumento al 7% a dicembre, anche dal Vecchio Continente i segnali sono tutt’altro che incoraggianti. A riaccendere i riflettori sul caro prezzo è l’ultimo bollettino economico della Bce, diffuso oggi, in cui si sottolinea che l’inflazione “rimarrà oltre il 2% per la maggior parte del 2022”.

Gli ultimi dati, quelli di novembre, indicano un rialzo del 4,9%. “La causa è principalmente da ricercarsi nel forte rincaro di carburante, gas ed elettricità” dicono da Francoforte.

Alla componente energetica è riconducibile oltre la metà dell’inflazione complessiva registrata a novembre. La domanda, inoltre, continua a eccedere l’offerta che, in alcuni settori, è limitata. Le conseguenze sono particolarmente evidenti nei prezzi dei beni durevoli e di quei servizi al consumo che hanno beneficiato delle recenti riaperture.

Gli effetti base legati al venir meno della riduzione dell’Iva in Germania continuano a contribuire alla più elevata inflazione, ma soltanto sino alla fine del 2021.

“Vi è  incertezza circa il tempo necessario alla risoluzione di tali aspetti – si legge nel bollettino – Nel corso del 2022, tuttavia, i prezzi dell’energia dovrebbero stabilizzarsi, l’andamento dei consumi normalizzarsi e le pressioni sui prezzi derivanti dalle strozzature dal lato dell’offerta a livello mondiale attenuarsi”.

Alert FED: “l’inflazione è troppo alta”

Dagli Stati Uniti intanto i dati di dicembre hanno mostrato che i prezzi al consumo sono saliti su base annua del 7%, in linea con le attese degli analisti e ai massimi dagli anni ’80. L’ultima volta che l’inflazione aveva toccato il 7% era il 1982. L’indice core dei prezzi, al netto di cibo ed energia e quello monitorato dalla Fed, è salito in dicembre dello 0,6%, accelerando rispetto al +0,5% di novembre. Su base annua l’indice core ha segnato un aumento del 5,5%, ai massimi da 31 anni.

Questo trend mette in allerta la FED. Per il vicepresidente nominato della Fed, Lael Brainard, “l’inflazione è troppo alta. La nostra politica monetaria è orientata sulla riduzione dell’inflazione al 2% pur mantenendo una ripresa che includa tutto il mondo. Questo è il nostro compito più difficile”, si legge nelle anticipazioni del suo intervento domani in una audizione al Senato. “Oggi l’economia sta facendo progressi positivi, ma la pandemia continua a porre sfide. La nostra priorità è proteggere quello che ci siamo guadagnati e supportare una piena ripresa”.

Secondo gli analisti di MPS, il dato Usa confermerebbe le attese di un primo rialzo dei tassi Fed già a marzo come sostenuto da diversi membri Fed. Primo fra tutti Bullard, tra i membri più interventisti del board, che ha rincarato la dose affermando che per quest’anno potrebbero essere necessari ben 4 rialzi, mentre la Brainard, nel discorso preparato per la sua audizione di oggi davanti alla commissione bancaria del Senato, ha affermato che il compito principale per la Fed è di riportare l’inflazione al 2%. Infine Daly (non votante) e Harker (non votante) si sono uniti al coro di coloro che sono a favore di tre rialzi (o più se necessario).