Boom dell’inflazione: le banche centrali riusciranno a domarla?

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Articolo di Francesco Raul Gabriele, Personal Financial Advisor

Il 2021 è stato un anno abbastanza particolare per i mercati finanziari, caratterizzato da molteplici fattori: Covid-19, disoccupazione, elezioni americane,  Recovery Plan, Pepp, sussidi, Omicron ed ora in scena l’inflazione. È lei la protagonista di questo anno che si sta concludendo.

Cos’è l’inflazione?

L’inflazione in economia non è altro che l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo; tale processo genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta. In altre parole, l’inflazione riduce il valore della moneta nel tempo. Se da un lato l’inflazione è un’erosione del potere d’acquisto dei consumatori, dall’altro è una giusta dose di turbo all’economia se ben calibrata. Allora, come mai oggi scrollando le bacheche dei nostri network ci imbattiamo in titoli come: ‘’Inflazione? Come evolverà il mercato nel 2022?’’ ‘’L’inflazione fa paura, la Fed stringe sul tapering’’ oppure ‘’La Fed attacca l’inflazione. Attesi tre rialzi dei tassi nel corso del 2022’’, etc.

Perché è così importante monitorare l’inflazione

L’inflazione è una pedina fondamentale del sistema economico in cui viviamo e le banche centrali l’hanno capito subito; quest’ultima gioca un ruolo decisivo perché una scarsa inflazione comporta l’accantonamento di denaro; conseguentemente si vivrebbe in un sistema economico non produttivo perché il denaro è fermo e non produce ricchezza, col rischio di recare gravi danni al sistema andando incontro ad una deflazione, ovvero una riduzione continua dei prezzi dei beni. Quando si parla di deflazione sostanzialmente siamo in una fase in cui non si acquista più. L’inflazione è dunque uno degli indicatori utilizzati per misurare la crescita economica che può essere gestita tramite i tassi di interesse dalla Bce.

Occhio alla deflazione

Una macchina che oggi costa €80.000 tra un mese potrebbe costarne €60.000 tra due €50.000, di conseguenza le persone non sarebbero più predisposte ad acquistare perché sanno che più attendono e paradossalmente più risparmiano, mandando in crisi l’intero sistema  industriale ed economico. Al contrario se l’inflazione sale, le persone si accingono ad acquistare velocemente perché l’auto che oggi costa €50.000 tra un mese costerà €60.000 e tra due magari €80.000, comportando un esborso importate per le famiglie, da cui la riduzione del potere di acquisto. Allora cosa hanno deciso le principali banche centrali come la Bce? La Banca Centrale Europea ha individuato come target sano per il sistema economico un’inflazione che si aggiri intorno al 2,2 % per non recare danno al sistema economico e al tempo stesso dare una sana spinta all’economia.

Le decisioni della BCE

In questa fase è importante concentrarsi sulle previsioni di medio termine e sull’obiettivo di mantenere l’andamento dei prezzi intorno al 2%. Ma come? La Bce attraverso la politica monetaria – ovvero la riduzione o l’aumento dei tassi di interesse –  cerca di monitorare l’inflazione; questo perché i tassi vanno a definire il prezzo del denaro, di conseguenza la sua circolazione all’interno del sistema economico.

Un’alta inflazione indica che l’economia è in una fase espansiva, di conseguenza i prezzi salgono più velocemente dei salari (in questo caso, chi di dovere, potrebbe decidere di alzare i tassi di interesse). Al contrario, se si vuol dare slancio ad un’economia ferma si vanno ad abbassare i tassi di interesse, in questo modo le aziende possono finanziarsi ad un costo più basso e quindi investire e produrre di più così come i consumatori finanziarsi per acquistare nuovi beni e/o servizi e far espandere il sistema.

 Quando l’inflazione è diventato un problema?

Tutto è scaturito dalla variante Covid-19 che ci ha portato ai vari lockdown. Prima che scoppiasse la pandemia la zona Euro viveva in un contesto in cui l’inflazione era prossima allo zero, di conseguenza serviva una spinta all’apparato economico per ripartire. La BCE ha applicato una politica di tassi prossimi allo zero per dare slancio al sistema economico, come da manuale. Purtroppo con l’arrivo della pandemia e i vari lockown si è presentato successivamente un altro fattore: la domanda. Considerate che i lockdown hanno un per periodo abbastanza prolungato rallentato se non annullato la produzione di beni paralizzando il settore industriale ed economico. Con le riaperture, seguite da un contesto di tassi bassi, aiuti e stimoli fiscali (pensate al 110% ed al Pepp) si è creato un mix tra bassi tassi e una domanda alta che hanno spinto l’economia in una forte fase espansiva.

Tassi bassi e volatilità

Da quando i tassi sono scesi allo zero, l’asset obbligazionario è diventato poco remunerativo, di conseguenza, gran parte degli investitori si sono spostati sull’asset azionario per avere delle performance maggiori nel lungo periodo. Nel mentre ci sono comunque stati investitori che sono rimasti su asset obbligazionari più prudenti;  con il passare del tempo e i continui acquisti anche da parte di istituzioni – basti pensare al Pepp – i prezzi delle obbligazioni sono continuate a salire portando anche a rendimenti negativi. Conseguenze? Un rischio duration elevatissimo sul comparto obbligazionario, ma anche una forte discesa dell’asset azionario dovuto ad un contesto in cui si possa tornare ad avere rendimenti interessanti su altri asset meno rischiosi; sostanzialmente si avrà un periodo di caos sui mercati finanziari non da poco. Ed è questa ora la sfida che si sta preparando ad affrontare Bce come anche Fed, seguita da quella parola che tanto accompagna l’inflazione, il Tapering.

 

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