Banca Etruria e la frode dell’oro. C’è di mezzo la P2

3 Luglio 2017, di Alessandra Caparello

AREZZO (WSI) – Una nuova inchiesta colpisce banca Etruria e riguarda il traffico di oro la cui produzione ha trovato nel distretto aretino il proprio exploit. La procura della città toscana ha avviato un’indagine denominata Argento Vivo che ha messo in luce una frode fiscale perpetrata da alcune aziende del settore orafo aretino attive nel commercio di metalli preziosi quali platino, argento e palladio.

Secondo il resoconto de Il Sole 24 Ore, la frode consisteva nell’acquisto di metalli preziosi sfruttando meccanismi di applicazione dell’Iva che prevede un sistema di inversione contabile per il quale l’acquirente diventa debitore d’imposta e i metalli venivano poi commercializzati interponendo una o più imprese costituite ad hoc ed intestate a prestanome che, oltre a non dichiarare al Fisco le imposte, omettevano il versamento dell’Iva corrisposta dal cliente finale.

Chi era questo cliente finale? Un’azienda aretina operante nel settore della commercializzazione di metalli preziosi, la Oro Italia trading spa, una società partecipata al 100% proprio da Banca Etruria, il cui ex amministratore delegato Plinio Pastorelli, indagato, sarebbe stata la mente dell’operazione.

“In estrema sintesi, i sistemi fraudolenti consentivano ai membri delle associazioni criminali di intascare l’Iva generata dalle operazioni commerciali strumentalmente realizzate e al cliente finale di acquistare i metalli preziosi a un prezzo sensibilmente inferiore a quello che avrebbe potuto spuntare se si fosse rivolto direttamente alle aziende che fornivano i beni alle società coinvolte nei sistemi fraudolenti e che davano inizio al circuito economico che le indagini hanno dimostrato essere artificioso e messo in piedi al solo scopo di poter frodare l’Erario”.

Una frode che, secondo la Procura aretina, ha permesso alle società di evadere 15,45 milioni di euro nel periodo compreso tra il 2012 e il 2015. Interpellati in due occasione da Il Sole-24 Ore, i vertici di Nuova Banca Etruria si sono trincerati dietro un no comment e limitandosi ad affermare che quel “Pastorelli non è più da noi”.

Fortuna del distretto di oro aretino si deve a Gelli e P2

“La leggenda aretina narra che nelle fortune del distretto dell’oro ci sia lo zampino di Licio Gelli, passato alla storia come il Venerabile della Loggia P2”, raccontano i giornalisti Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi. “La città racconta ancora che nella scomparsa di decine di tonnellate d’oro che facevano parte di un carico di 60 tonnellate che l’allora re diciottenne della Jugoslavia Pietro II Karadordević fece partire con un treno speciale il 17 marzo 1941, Gelli avesse avuto una parte rilevante“.

“L’intera riserva di un Paese sotto l’attacco di Adolf Hitler, stipata in 57 vagoni e oltre 1.300 bauli, non riuscì però a lasciare la Jugoslavia per raggiungere l’Egitto e venne nascosta nelle grotte del Montenegro, presto occupato dai fascisti. Nel 1943, non si sa come, il regime rintracciò l’oro e Benito Mussolini affidò al giovane fascista Gelli il compito di portare il carico a Trieste, evitando la frontiera hitleriana e facendolo viaggiare su un treno speciale e blindato, con a bordo 73 malati di vaiolo”

“Da quel punto la leggenda narra che Gelli affidò 8 tonnellate alla Banca d’Italia e ne sottrasse 52, una parte delle quali giunse a destinazione nei pressi della stazione ferroviaria di Arezzo per la felicità di una collettività che mise a frutto quel dono insperato. Per dare un’idea dell’immenso valore di quel carico, attualizzando alle cifre correnti il valore, il tesoro varrebbe tra 1,8 e 2 miliardi, una cifra pari all’ultimo dato censito sull’export del distretto aretino”.

Gelli ha sempre negato ma solo coì si possono spiegare gli avvenimenti seguenti: “il 14 settembre 1998, abilmente nascosti perfino nelle fioriere della lussuosa Villa Wanda a Castiglion Fibocchi (Arezzo), dove ha vissuto fino alla morte, sopraggiunta il 15 dicembre 2015, gli investigatori sequestrarono 164 chili d’oro distribuiti in centinaia di piccoli lingotti. La maggior parte dell’oro recava punzonature e timbri di Paesi dell’Est (ex Unione sovietica in primis), altri erano stati sdoganati in Svizzera, altri ancora non si sapeva da dove provenissero. Oro in “nero”. Sedici anni prima, correva il 1983, dieci lingotti riconducibili a Gelli spuntarono in una banca argentina di Buenos Aires mentre nel 1986 la magistratura elvetica scoprì, in una cassetta di sicurezza dell’Ubs di Lugano, 250 chili d’oro in lingotti, verosimilmente frutto della spoliazione del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi“.