Automazione: arma a doppio taglio

18 Settembre 2018, di Francesco Puppato

La strada che sembrano aver imboccano le industrie in generale, è quella che porta ad una forte spinta verso l’automazione dei processi. Processi di ogni tipo: dalla linea di montaggio fino alla contabilità, passando per la reception.

Spostando la lente d’ingrandimento sull’Italia, è possibile notare come uno studio Ocse abbia messo in luce che “un posto di lavoro su due è a rischio automazione, cioè potrebbe essere sostituito dai robot e per un posto su sei si tratta quasi di una certezza”.

Lo studio, riportato anche da Il Sole 24 Ore e da Il Giornale, prende in considerazione l’evoluzione del lavoro nei Paesi industrializzati e conclude stimando che il 15% dei posti di lavoro sono ad alto rischio di automazione.

Con la suddetta definizione si intendono quei posti che presentano un grado di sostituzione pari al 70%. Vi è poi un 35% dei posti che presenta un rischio di sostituzione compreso tra il 50% ed il 70%, con forti differenze di concentrazione tra le regioni ed i settori.

Le figure meno a rischio sono quelle caratterizzate da un livello di istruzione maggiore, in particolar modo se operano nel settore dei servizi ed in regioni con un alto grado di urbanizzazione.

Al contrario, i soggetti più a rischio sono quelli presenti nelle regioni con bassa produttività, alto numero di disoccupati e con economie rurali.

Dalle caratteristiche citate, si stima che il Lazio sia la regione meno soggetta al rischio automazione (13,6%), mentre che a vestire i panni della regione più a rischio siano le Marche (15,6%). Le differenze settoriali posizionano poi il Veneto in una situazione più rischiosa rispetto a quella della Sardegna, in quanto caratterizzato dal più alto numero di occupati nei cinque lavori a rischio più elevato (autista, operatore di macchina, lavoratore nelle costruzioni, netturbino, assistente alla preparazione alimentare).

L’automazione sta prendendo sempre più campo perché un robot ha decisamente meno problematiche di una persona umana: non si ammala, non va in ferie, non necessita di pause, non ha variazioni di ritmo produttivo né tantoméno di umore, non richiede aumenti salariali o contrattazioni sindacali ed il costo, una volta ammortizzato, non prevede questioni inerenti alla pensione, alle assicurazioni piuttosto che al trattamento di fine rapporto.

Se, per gestire questo incremento dell’automazione, è vero che stanno crescendo i posti di lavoro per figure tecniche e tecnologiche (tecnici informatici, ingegneri elettronici, elettrici ed elettrotecnici e via dicendo), bisogna però fare i conti con il rovescio della medaglia: migliaia e migliaia di persone si ritroverebbero disoccupate perché il loro posto di lavoro è stato assegnato ad un robot.

La domanda successiva, che sorge spontanea, è: se un numero molto grande di persone si ritrova senza lavoro e, quindi, senza uno stipendio, chi acquista i beni prodotti dai robot? Il gioco vale davvero la candela?