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Auto: nuova tegola dalla guerra in Ucraina, big costretti a bloccare produzione

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Dopo la crisi dei semiconduttori, che ha caratterizzato tutto il 2021, una nuova tegola si abbatte sul mercato dell’auto, che ora deve fare i conti con le conseguenze del conflitto russo-ucraino. Non solo dal punto di vista produttivo (sono diverse le aziende automobilistiche con impianti produttivi nei due Paesi) ma anche sul fronte dell’approvvigionamento di componentistica e di incremento dei prezzi delle materie prime da fronteggiare.

Russia e Ucraina sono i principali esportatori di gas neon (per microchip), mentre Mosca esporta anche palladio (per convertitori catalitici) e nichel (per batterie agli ioni di litio). Motivo per cui l’industria automobilistica è ora alla ricerca di forniture alternative di componenti e materie prime.

Negli ultimi giorni il prezzo del nichel è salito oltre i 25mila dollari la tonnellata, il prezzo più alto dal 2011, mentre il palladio ha superato i 2.400 dollari. Anche i prezzi dell’alluminio, di cui la Russia è uno dei maggiori fornitori mondiali, hanno registrato un’impennata negli ultimi giorni. E l’alluminio si trova nel telaio e nei componenti del motore di quasi tutte le auto costruite nel mondo. Secondo gli analisti, aumenti di prezzo del genere potrebbero far aumentare il costo medio di un nuovo veicolo di circa 150 dollari, che possono diventare più di 200 dollari per Suv, pickup o auto sportive con motori più grandi.

Alcuni big dicono stop alla produzione

Un esempio concreto. Il fornitore tedesco Leoni – spiegano gli analisti di Mornigstar – fornisce cablaggi da due stabilimenti in Ucraina. L’interruzione dell’attività in questi due siti ha indotto Volkswagen a interrompere la produzione in otto stabilimenti, BMW a fare lo stesso in cinque fabbriche e Mercedes a rallentare le sue operazioni in alcuni siti in Europa.

A questo, poi, si aggiunge il fatto che le sanzioni contro la Russia hanno costretto diverse compagnie automobilistiche a chiudere le proprie attività nel paese. Circa il 2% del volume di vendite a livello globale di BMW, Mercedes, Nissan e Volkswagen dipende dalla Russia. Nel caso di Stellantis, è inferiore all’1%. Per Renault, che possiede Avtovaz (produttrice delle auto del marchio Lada, il principale brand russo), la percentuale sale al 18%, ma quel volume rappresenta solo il 6% del fatturato complessivo del gruppo francese. Tra le aziende produttrici di componentistica con un’esposizione diretta significativa alla Russia ci sono sono Autoliv, Continental e Magna.

Titoli auto, cosa fare?

Di fronte ad uno scenario del genere, Secondo gli analisti di MorningStar il conflitto tra Russia e Ucraina non avrà un impatto diretto sulla valutazione dei titoli del comparto auto, anche se non vanno sottovalutati gli effetti indiretti che la guerra avrà sull’industria automobilistica.

“Se, infatti, ipotizzassimo vendite zero in Russia nel 2022, la domanda globale di veicoli leggeri aumenterebbe comunque dell’1%, rispetto al +3% su cui si basa il nostro modello di stima. Questo però non rappresenta in maniera adeguata il contesto in cui le aziende del settore dovranno muoversi nei prossimi mesi. Le azioni del settore auto stanno reagendo negativamente all’annuncio delle aziende produttrici di componentistica di interruzioni temporanee della produzione.
Questa eventualità, nel caso in cui riguardasse un componente chiave per le case automobilistiche, potrebbe avere conseguenze enormi e diffuse” scrivono in una nota, concludendo che “la nostra raccomandazione agli investitori è di rimanere concentrati sul valore intrinseco dei titoli piuttosto che sulla volatilità di breve termine. È probabile che la crisi avrà un impatto negativo sul fair value dei titoli che copriamo ma, al momento, non vediamo alcun motivo per modificare le ipotesi che sono alla base del nostro modello di stima”.