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La guerra non basta più a far correre l’oro. A due settimane dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, il metallo prezioso resta sorprendentemente stabile nella forchetta compresa tra i 5.100–5.200 dollari l’oncia, ben lontano dai rally tipici delle fasi di crisi geopolitica. Un trend che contraddice la tradizionale narrativa del bene rifugio. Eppure, nel medio periodo, le principali banche d’affari continuano a scommettere su un nuovo allungo del metallo giallo.
L’oro ignora la geopolitica
Cosa c’è dietro l’apparente indifferenza dell’oro alla guerra in Medio Oriente? Facciamo un passo indietro. Quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran, il mercato ha reagito secondo copione: l’oro è salito rapidamente da 5.296 a 5.423 dollari l’oncia. Ma il rally è durato poco. Nel giro di pochi giorni le quotazioni sono scivolate fino a 5.085 dollari, prima di stabilizzarsi in un corridoio compreso tra 5.050 e 5.200 dollari. Un comportamento insolito per un asset tradizionalmente associato alle crisi internazionali.
Ross Norman, amministratore delegato della società di analisi Metals Daily, intervistato dalla Cnbc, invita a leggere il movimento con più distacco:
“I movimenti di oro e argento possono sembrare fiacchi adesso, ma è normale dopo alcuni movimenti epici degli ultimi mesi”.
Secondo molti analisti, il fattore decisivo non è la geopolitica ma la politica monetaria. Il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei rendimenti dei Treasury hanno reso relativamente più appetibili gli asset che offrono rendimento. L’oro, che non distribuisce interessi, perde così competitività nel breve periodo.
Norman osserva inoltre che il rialzo dei prezzi del petrolio potrebbe tradursi in un’inflazione più persistente e quindi costringere le banche centrali a mantenere i tassi d’interesse più elevati più a lungo.
La volatilità spaventa gli investitori istituzionali
Un altro elemento che spiega la debolezza del mercato è la forte volatilità registrata negli ultimi mesi. Dopo un rally molto rapido, alcuni investitori istituzionali stanno riducendo l’esposizione all’oro per evitare oscillazioni eccessive del portafoglio. In presenza di tensioni finanziarie, inoltre, può verificarsi un fenomeno noto nei mercati come liquidity flush: gli operatori vendono qualsiasi asset per generare liquidità immediata. In queste fasi, paradossalmente, anche l’oro può essere venduto, almeno nel breve periodo.
Il grande motore: le banche centrali
Se nel breve periodo dominano volatilità e fattori macro, il trend strutturale dell’oro resta invece positivo. Negli ultimi cinque anni il metallo prezioso è salito di oltre il 170%, sostenuto soprattutto dagli acquisti delle banche centrali.
In una recente analisi, Kriti Gupta, executive director di J.P. Morgan Private Bank, e lo strategist Justin Biemann hanno identificato nella domanda ufficiale un pilastro del mercato. Nel 2025 le banche centrali hanno acquistato circa 800 tonnellate di oro, proseguendo una tendenza iniziata dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Un elemento chiave riguarda la distribuzione globale delle riserve. Nei Paesi emergenti l’oro rappresenta ancora circa il 19% delle riserve, contro il 47% nelle economie avanzate. Questo divario lascia spazio a ulteriori acquisti.
Tra i protagonisti spicca la Cina, che continua ad accumulare metallo prezioso come strumento di diversificazione dal dollaro. Nonostante sia tra i maggiori detentori mondiali, l’oro rappresenta ancora solo l’8,6% delle riserve cinesi. Anche India, Polonia e Brasile stanno incrementando progressivamente le proprie riserve auree, rafforzando la domanda strutturale.
Il fattore dimenticato: gli investitori retail
Un’altra possibile sorpresa potrebbe arrivare dai risparmiatori. Oggi l’oro pesa meno dell’1% dei portafogli retail, molto meno rispetto ai picchi storici, quando la quota arrivava fino al 4%.
Per gli analisti di Jp Morgan questo significa che il mercato non è ancora affollato:
“Non bisogna dimenticare gli investitori retail. Anche loro stanno iniziando a costruire posizioni come copertura contro i rischi geopolitici e macroeconomici”.
Il rischio, però, è la stessa volatilità che caratterizza il mercato: i nuovi investitori potrebbero entrare rapidamente e uscire con altrettanta velocità.
Target fino a 6.300 dollari
Nonostante la pausa delle ultime settimane, le principali banche d’affari restano ottimiste. J.P. Morgan prevede prezzi fino a 6.300 dollari l’oncia entro il 2026, segno che la pausa delle ultime settimane potrebbe essere soltanto una fase di consolidamento dopo il rally degli ultimi anni, mentre Deutsche Bank mantiene una stima più cauta di 6.000 dollari.