Quando ancora Fed potrà ignorare segnali recessione da curva Bond?

13 giugno 2018, di Daniele Chicca

Lo spread tra le scadenze a due e dieci anni dei rendimenti dei Treasuries Usa parla chiaro: restringendosi di dieci punti base nel 2018 sta mandando un segnale di allarme per l’economia numero uno al mondo. La curva si è appiattita di ben 35 punti base dal picco di quest’anno.

Una curva dei rendimenti invertita è un indice di recessione che storicamente si è rivelato attendibile e il mercato prenderà nota di un simile andamento. Per questo è lecito chiedersi quanto ancora la Fed potrà andare avanti ignorando questi segnali che il mercato obbligazionario sta mandando?

La Fed ha sempre avuto un atteggiamento “nonchalant” a riguardo, ma con la possibilità di tre o quattro rialzi dei tassi di interesse quest’anno (a partire da quello scontato di oggi), la curva non farà che appiattirsi ulteriormente. Sebbene la Fed potrebbe anche non affrontare la questione in maniera esplicita, se il trend proseguirà alcuni elementi del braccio di politica monetaria del FOMC potrebbero esprimere preoccupazioni circa la prospettiva di imporre strette monetarie con troppa aggressività.

La banca centrale statunitense, però, non può permettersi di interrompere il ciclo di strette monetarie, che sta diventando il più ampio di sempre, soltanto per via di un appiattimento della curva dei rendimenti. Ha bisogno di giustificazioni dal lato macro economico. Insomma, nel 2019 ne vedremo delle belle e analisti e investitori si stanno spremendo le meningi per cercare di anticipare le mosse della Fed.

La chiave sta tutta nei “dot plot”

Da quando è salito in carica al posto di Janet Yellen, il presidente della Fed Jerome Powell ha sminuito l’importanza dei “dot plot” come una guida dell’andamento futuro dei tassi di interesse, ma Wall Street non ci ha creduto mai molto.

Siccome è quasi certo che il FOMC alzerà i tassi di interesse guida (le probabilità dei mercati sono del 90%), gli investitori si concentreranno su un altro aspetto: un eventuale segnale da parte del pannello di banchieri centrali di uno o due strette monetarie ulteriori nel 2018. Per questo il grafico con i dot plot sarà forse l’elemento chiave della riunione di giugno.

Quando ha previsto tre rialzi dei tassi quest’anno a marzo, il board della Fed era diviso equamente tra falchi e colombe. Basterebbe dunque che uno dei membri del FOMC cambiasse idea e volesse imporne quattro di strette monetarie, per far pendere la mediana dalla parte dei falchi.

La crescita in accelerazione e il surriscaldamento dell’inflazione, certificato dai numeri di ieri che hanno mostrato un indice dei prezzi al consumo sopra la linea della “neutralità” indicata al 2,5%, sono punti a favore di un irrigidimento delle politiche monetarie. Un aumento dei salari che non arriva e la situazione fragile dei mercati emergenti fragili dovrebbero invece suggerire una certa cautela.

Goldman Sachs prevede che la linea falco prevarrà e che verranno apportati cambiamenti alla traiettoria dei dot plot. Gli ultimi commenti dei membri della Fed sono da considerare a favore di una politica più aggressiva. Anche una colomba come il governatore Brainard e centristi influenti come il presidente della Fed di San Francisco John Williams hanno avuto ultimamente un approccio più “rigido”.

Alcuni del board hanno persino citato la possibilità di un ritmo di rialzo dei tassi più sostenuto quest’anno, facendo intendere tra le righe che quattro strette sono più probabili di tre. I mercati sarebbero impreparati in quanto ritengono che le possibilità di una vittoria dei falchi siano la metà rispetto a quelle di tre rialzi del costo del denaro (44% contro 88%).

Maggiore ciclo di strette di sempre

Anche se alla fine i rialzi dei tassi saranno soltanto tre nel 2018, la Fed ne prevede altri tre nel 2019 e due nel 2020. I mercati monetari danno all’88% la chance di tre strette monetarie nel 2018 e al 44% la possibilità di quattro mosse del genere. Il membro della Fed Bostic (votante), Kaplan (senza diritto di voto) e Harker (non votante) si sono schierati a favore di tre strette monetarie prima di fine 2018, mentre Williams (votante) e Mester (votante pure lui) sono nel campo dei “tre/quattro” incrementi del costo del denaro, a seconda dei dati economici.

Si tratta in tutti i casi, come già ricordato sopra, del maggiore ciclo di rialzi dei tassi di interesse di cui la Fed si sia mai incaricata. Citando le ultime uscite da falchi di alcuni membri del board, sia Goldman Sachs, sia Bank of Amercia, scommettono che il FOMC finirà per annunciare un quarto rialzo del costo del denaro quest’anno.

Goldman Sachs prevede anche che la mediana dei dot plot salirà di un quarto di punto nel 2019, il che equivarrebbe a tre strette monetarie l’anno prossimo e una in più nel 2020. “La linea base per il triennio, 4-3-1, si confronta con il ritmo più lento e graduale di 3-3-2 predetta in marzo e secondo noi sarà una risposta naturale alla prova sempre più evidente di un miglioramento del mercato del lavoro“.

Il FOMC non è soltanto alle prese con un ciclo di strette monetarie riguardanti i tassi, ma sta anche riducendo il suo bilancio monstre di 4.500 miliardi di dollari al ritmo di 20 miliardi al mese. La Fed non sta vendendo Bond e non sta praticamente nemmeno reinvestendo il ricavato sul mercato. Il tempo delle iniezioni di liquidità generose è finito e se a questo si aggiungono le emissioni massicce di titoli del debito da parte del Tesoro, la curva dei rendimenti è destinata a spostarsi ancora.

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