“No salvataggio MPS. Simile a Lehman Brothers, che venne fatta fallire”

6 gennaio 2017, di Laura Naka Antonelli

Nuove indiscrezioni su Mps. Secondo quanto riporta MF-Milano, i vertici dell’istituto starebbero lavorando sull’emissione di bond per un valore “fino a 4 miliardi di euro nei prossimi due mesi (1,5-2 miliardi a gennaio e 1,5-2 a febbraio), avvalendosi del meccanismo di garanzia pubblica messo a disposizione del governo”.

In attesa di scoprire le prossime mosse ufficiali del managament della banca l’economista Giuseppe Pennisi scrive su Formiche.net che “il salvataggio di Mps a spese degli italiani, sui quali già grava la più alta pressione fiscale del mondo e uno dei maggiori debiti pubblici d’Europa, non s’ha da fare“.

Il motivo? Così Pennisi:

“Esattamente per le stesse ragioni per cui, nelle prime fasi della crisi finanziaria, il governo americano è intervenuto per sostenere Fanny Mae e Fredd Mac (le due maggiori società per azioni, nate con partecipazione pubblica, per il mercato dei mutui edilizi) e ha invece lasciato fallire Lehman Brothers“.

Lehman Brothers – ricorda l’economista “aveva giocato sulla teoria del too big to fail (troppo grande per fallire, senza portarsi dietro una fetta significativa dell’economia americana) e non rivelava come si fosse ridotta con debiti bancari per 613 miliardi di dollari, debiti obbligazionari per 155 miliardi e attività per un valore di 639 miliardi. Gran parte di queste erano – si suppone – operazioni “riservate” e ad alto rischio. Se Lehman Brothers le avesse svelate alle autorità federali, e queste ultime al pubblico (perché avrebbe dovuto comunque comunicarle al Congresso), la finanza avrebbe perso, per sempre, la propria clientela, usa a trattative segrete in salottini con poltrone e divanetti ‘Frau’. Se non le avesse rese note, le regole sulla trasparenza avrebbero impedito anche soltanto di iniziare a istruire una pratica allo scopo di un eventuale finanziamento”.

Mps come Lehman Brothers? Così continua Pennisi:

La situazione di Mps è molto simile. Ci si sarebbe potuti rivolgere al Meccanismo europeo di stabilità, chiamato colloquialmente Fondo salva-Stati. Ma prima di aprire un eventuale fascicolo, il Fondo avrebbe voluto avere i dettagli su crediti incagliati, insolvenze e quant’altro. I funzionari e i dirigenti del Fondo sono banchieri riservati, ma dell’intera Unione europea. Se dalle carte fosse risultato che Mps avesse fatto operazioni per favorire gli “amici degli amici”, il Fondo si sarebbe dovuto rivolgere alla procura della Repubblica italiana per appropriate indagini”.

L’articolo termina con un consiglio:

“Al caro amico Piercarlo Padoan un consiglio davvero fraterno: sia il ministero dell’Economia e delle Finanze a mettere online i dettagli di crediti incagliati e inesigibili che hanno ridotto Mps a una sorta di Aleppo. La trasparenza è sempre un merito. Nel 2018 la Befana gli porterà un calzettone pieno di godurie”.

Intanto un articolo di Italy Europe 24 (Sole 24 Ore) firmato da Fabio Pavesi rivela come gli azionisti di ben sette banche italiane abbiano visto andare in fumo 24 miliardi di euro: una distruzione di ricchezza pari all’1,5% del PIL dell’Italia.

La debacle del settore ha coinvolto più di 380.000 persone, azionisti che hanno visto azzerare i loro investimenti in Mps, Popolare di Vicenza e le quattro good bank, nate dalle ceneri delle precedenti Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara.

“Nelle perdite la parte del leone, ovviamente, è stata di Mps, la banca più vecchia del mondo, che sarà nazionalizzata attraverso un’iniezione di 6 miliardi di euro, con il Tesoro che arriverà a detenere una partecipazione fino al 70%, diventando il primo azionista. Il salvataggio lascia una scia di gravi perdite per l’istituto senese e per i suoi 175.000 azionisti, con il valore di mercato distrutto pari a 12 miliardi. E’ di altri 11 miliardi il bagno di sangue che ha colpito gli azionisti di Veneto Banca e Popolare di Vicenza”.

Ancora:

Banca Etruria, l’unica delle quattro banche (le attuali good bank) a essere quotata, aveva una capitalizzazione di mercato pari a 400 milioni di euro, appena dopo il periodo della crisi di Lehman Brothers. Ora quel numero è pari a zero. E anche le azioni del valore di centinaia di milioni di euro di Banca Marche, CariChieti e CariFerrara sono andate in fumo”.

Intanto, altre indiscrezioni circolano oggi sul riassetto delle banche italiane e in particolare su Ubi Banca, che sarebbe vicina a concludere la prossima settimana un accordo per acquistare tre di quattro istituti che sono stati salvati con procedura di bail-in nel 2016: si tratta delle tre good bank Nuova Banca Etruria, Nuova Banca Marche e Nuova CariChieti.

Di seguito il grafico mette in evidenza il trend di Intesa SanPaolo, UniCredit e MPS negli ultimi 12 mesi di contrattazioni.

Allo stesso tempo, un articolo di Bloomberg segnala come gli investitori siano corsi ad acquistare i nuovi bond subordinati di Intesa SanPaolo, permettendo alla banca di ricevere ben 5 miliardi di euro di ordini, a fronte di un’emissione di 1,25 miliardi di euro.

A conferma di come, dopo un 2016 da dimenticare, non manchi l’ottimismo su singoli istituti di credito italiani.

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