L’evoluzione del risparmiatore italiano: dai titoli di Stato agli immobili

6 Ottobre 2019, di Redazione Wall Street Italia

Articolo di Cristofaro Capuano, consulente finanziario di Napoli

Gli italiani sotto il profilo “genetico” sono dei risparmiatori seriali ma fanno ancora molta fatica a comportarsi da veri investitori, come mai? Non è semplice rispondere a questa domanda, di certo dal dopoguerra ai giorni nostri tre fattori hanno condizionato la vita finanziaria degli Italiani:

  • un welfare state molto sviluppato
  • tassi di interesse molto elevati (anche oltre il 10%)
  • boom immobiliari

Questi tre fattori combinati tra loro hanno impedito agli italiani di maturare una sana e consapevole pianificazione finanziaria del proprio risparmio.

Ma vediamo come.

Alle origini del risparmio: un amore viscerale per i BOT

A partire dal dopoguerra fino a qualche decennio fa, siamo stati accuditi da un “buon padre di famiglia”: lo stato-papà. Una mano invisibile ma sempre presente che proteggeva le nostre vite dalla culla fino alla  pensione. Scuola, sanità, servizi pubblici, cassa integrazione, assistenza per invalidità, previdenza, etc.. erano tutti servizi offerti dal nostro welfare state (lo stato sociale) che, come un bravo padre di famiglia, permetteva ai suoi figli (cittadini) di dormire sonni tranquilli. Siamo vissuti per oltre 70 anni protetti da una sottile campana di vetro che ha fatto maturare nella nostra testa convinzioni e comportamenti finanziari che nel tempo sono divenuti abitudini consolidate per poi, pian piano, trasformarsi in veri e propri “mantra”. Non era necessario preoccuparsi economicamente di eventuali cure mediche per malattia, né di  pagare la scuola o l’università dei figli, men che meno di accantonare qualche soldo per la vecchiaia in quanto tutto, ma proprio tutto, era garantito ed assicurato dallo Stato.

In ragione di questo stato di cose gli italiani  hanno eliminato dalla loro vita finanziaria il concetto del TEMPO, non era percepito importante trasferire nel tempo i propri risparmi, investendoli  per periodi più o meno lunghi, perché alle incertezze del futuro ci pensava lo “stato-papà”. Ed è qui che nacque il primo mantra del risparmiatore italiano:

non ho bisogno di investire nel lungo periodo per coprire le mie esigenze future, a quelle ci pensa il welfare state.

In altre parole, se lo “stato-papà” si preoccupava dei nostri presenti e futuri dei cittadini, per questi ultimi non era opportuno rinunciare oggi al risparmio accumulato  per impiegarlo nei prossimi 10 o 20 anni al fine di soddisfare un’esigenza futura, tanto mal che andava dopo 20 anni c’era sempre il supporto della mano invisibile che garantiva quell’esigenza. Per questo motivo era percepito molto conveniente lasciare i soldi risparmiati sempre disponibili, LIQUIDI, in modo da poterli utilizzare liberamente ad ogni evenienza.

Fig. 1  Ancora oggi la liquidità nei portafogli degli italiani la fa da padrone in tabella i dati del 2016 elaborati da Prometeia – IPSOS relativi all’anno 2016

 

E fu proprio da questa abitudine alla liquidità che nacque il primo amore viscerale per strumenti finanziari come i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT) ed i Libretti Postali (LP) che dominarono le scene per decenni. Si trattava di  titoli di stato o garantiti dallo stato con scadenza a breve termine  ( 3/6/12 mesi) e rendimenti elevati capaci di veicolare il risparmio degli italiani per oltre 50 anni.

Il successo del  Bot e del Libretto Postale era dovuto principalmente a tre fattori: erano  SICURI, LIQUIDABILI e RENDEVANO BENE. Tutto quello che gli italiani desideravano.

Fig. 2. Fonte: Mediobanca (dati 1984- 2016)

Negli anni ottanta, ad esempio, un BOT poteva rendere in media il 15% fino ad arrivare a punte del 22%! Ed anche se il rendimento “reale”, cioè quello al netto dell’inflazione (vedi fig.2), spesso risultava essere negativo, pochi se ne preoccupavano, tutti erano persuasi del fatto che si stesse facendo un affare.

Fu proprio grazie alla sottoscrizione di questi strumenti (Bot e LP)  che col tempo si formò il secondo mantra del risparmiatore italiano:

era sempre possibile investire nel breve periodo con un alto rendimento e senza correre rischi

L’importanza della prima casa come rifugio dal mondo

La presenza di uno stato sociale forte spinse poi i risparmiatori italiani sin dagli anni cinquanta, a maturare l’idea di poter acquistare la prima casa magari facendo un mutuo e dando come anticipo i pochi risparmi accumulati. Dipendenti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, tutti ad indebitarsi per  costruire o acquistare casa ed anche qui, lo si poteva fare con serenità, sempre perché lo stato-papà garantiva l’assistenza per ogni cosa. E  chi proprio non poteva permettersi una casa tutta sua? La risposta a questo punto è semplice, godeva degli alloggi popolari costruiti dallo stato.

In questi anni nacque il terzo mantra del risparmiatore italiano:

l’investimento più sicuro e redditizio è l’immobile

Non fraintendetemi, considero l’amore degli italiani per gli  immobili una buona cosa, l’accumulo della nostra ricchezza attraverso beni immobiliari è stato molto importante per il nostro paese, anche se bisogna comprendere che oggi non persistono più le particolari condizioni di mercato che in quegli anni hanno consentito un simile sviluppo. Oggi il mercato è completamente differente e nella pianificazione del nostro patrimonio non affiancare all’investimento immobiliare un altrettanto importante polmone finanziario è un enorme errore.

Fig.3. Fonte: Il Sole 24 Ore su dati Banca d’Italia.

Se diamo uno sguardo alla ricchezza complessiva degli italiani vediamo che su 10.000 Miliardi di euro ben il 60%  è in immobili e meno di 1/3  (31%) in attività finanziarie.

Il paradosso è che negli ultimi dieci anni, se da un lato, si è notevolmente ridotto  il valore delle abitazioni rispetto ai primi anni del 2000, dall’altro, la quota di immobili sulla ricchezza netta è aumentata di oltre il 2% dal 2005 al 2017. Attualmente oltre il  70% degli italiani detengono almeno un immobile. (Fonte: ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2019 | La situazione del Paese – 20 giugno 2019). Questo dimostra come ancora oggi molti italiani  considerino l’acquisto di una casa come l’unico investimento sicuro e conveniente, capace di generare attraverso la locazione un’ottima rendita.

Troppo spesso però queste convinzioni si fondono solo sul percepito, senza essere confutate da precisi calcoli, in grado di dimostrare l’effettiva convenienza di un simile investimento. Chi è intenzionato ad investire in immobili in modo consapevole non si affida alle percezioni, alle sensazioni del momento, ma si concentra sugli effettivi dati finanziari  facendo “di conto”  e confrontando tale risultato con eventuali investimenti alternativi.

Insomma  bisogna imparare a valutare oggettivamente i pro ed i contro di una scelta simile, considerando anche  il fatto che lo “Stato-papà” con la sua mano invisibile non è più presente come una volta, non  ci sono più “pasti gratis” molti servizi non sono più garantiti e dovremmo pensarci noi con i nostri risparmi. Si riducono in modo drastico ed irreversibile l’assistenza sanitarie garantita per malattie, infortuni, inabilità. Le continue riforme previdenziali, hanno  ridimensionato l’assegno pensionistico che incasseremo nel periodo post-lavorativo. Il sistema scolastico  pubblico sempre più in difficoltà per mancanza di fondi, costringe le famiglie che vogliono offrire ai loro figli una formazione di qualità a sostenere elevati costi.

E così via…

Infine, se in questo nuovo scenario (riduzione stato sociale, riduzione del valore reale degli immobili) consideriamo anche  che i tassi di interesse si sono praticamente azzerati (l’epoca del 20% annuale sui BOT  non tornerà più) diventa chiaro che dobbiamo cambiare paradigma.  Non è più possibile lasciare  il nostro futuro in balia del caso (tanto ci pensa lo stato-papà) perché la mano invisibile non c’è più, dobbiamo imparare a pianificare progetti di lungo periodo con il duplice obiettivo di soddisfare le nostre esigenze e di coprire quei servizi non più garantiti dallo stato.

Dal risparmiatore all’investitore

Questo costante ed inesorabile cambiamento sociale, di fatto, ha generato un nuovo contesto tale da rendere sempre più importante per il risparmiatore italiano trasformarsi in un vero investitore. E’ doveroso passare dalla gestione del risparmio alla pianificazione degli investimenti. Per fare ciò bisogna comprendere bene la reale differenza tra risparmiatore ed investitore.

Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia lì, in bella mostra sul conto corrente o nel cassetto di casa, in attesa di consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene. Non pianifica, non si pone obiettivi. Accumula i risparmi in attesa di “fare qualcosa”.

L’investitore invece, non si accontenta di accantonare parte del suo reddito ma vuole qualcosa in più, vuole aumentare la sua ricchezza impiegando i suoi risparmi nel tempo. Nel fare questo l’investitore si priva dei suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di far crescere il capitale investito in modo da raggiungere un preciso obiettivo di vita (ad es. procurarsi la somma necessaria per iscrivere il figlio ad un master all’estero).

In questa tabella elenco le principali differenze tra un risparmiatore ed investitore.

Certo il salto culturale non è semplice, quasi settant’anni di credenze e convinzioni stratificate nel tempo sono difficili da estirpare. Per ora basterebbe acquisire una maggiore  consapevolezza sui cambiamenti in essere e sui nuovi comportamenti da assumere.

Il risparmiatore accudito dallo stato-papà dovrà lasciare spazio ad un investitore sempre più  consapevole.

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica di Wall Street Italia dedicata ai consulenti finanziari che vogliono raccontare le loro esperienze e iniziative professionali. Se siete interessati a pubblicare una vostra storia scriveteci a: social.brown@triboo.it


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