Fonte: WSI
Il 14 febbraio 2022 Morningstar pubblicava un articolo che riportava l’insolito fatto che l’universo dei fondi Europei che dichiaravano essere “articolo 8” fossero passati da 3444 alla fine di marzo 2021 a 6147 alla fine di settembre dello stesso anno, per un incremento pari al 78% e dichiarava altresì che questa anomala crescita non fosse supportata da alcun tipo di cambiamento nei fondi stessi, nè di governance, nè di allocazione, niente. Che cosa era successo? Nell’universo della finanza e della gestione patrimoniale vi sarà capitato spesso di sentir parlare negli ultimi anni dei c.d. fondi “ESG”, fondi attenti alle tematiche ambientali, sociali e di Governance come suggerito dalla sigla stessa (Environmental, Social and Governance).
Cosa dice la normativa sull’ESG
Queste tematiche fanno parte oltre che della transizione green, degli obiettivi del settennio europeo e così via, anche del questionario MIFID che bisogna compilare prima di investire i propri capitali sul mercato. Alla fine dell’intervista per comprendere e tutelare correttamente il cliente, dal 2 agosto 2022 si è aggiunta una domanda: sei sensibile alle tematiche ambientali, sociali e di governance? E raramente qualcuno ha risposto di no, ma facciamo chiarezza. I fondi si dividono in:
•Articolo 6 – tutti i fondi
•Articolo 8 – fondi che PROMUOVONO una o alcune o tutte le tematiche ESG
•Articolo 9 – fondi che hanno come OBIETTIVO tematiche dell’universo ESG.
Il rischio greenwashing
La transizione verde a livello mondiale è un tema caldissimo. Il surriscaldamento globale, le emissioni di CO2, i diritti delle minoranze, il benessere sociale, sono temi a noi carissimi e la finanza, come ben è chiaro a tutti, muove i fili di questa transizione. “Ottimo”, uno potrebbe pensare, “certo che voglio contribuire a questi nobilissimi obiettivi”, ma davvero comprando fondi ESG sto contribuendo a questo? Cosa vuol dire “fondo ESG” nel concreto? Cosa sto comprando? Potrebbe non essere così intuitivo.
I fondi citati da Morningstar nel febbraio 2022 sono fondi che, parole loro, se non avessero il “cartellino” articolo 8 vicino non verrebbero da loro classificati come fondi sostenibili. Ma allora cos’è successo? E soprattutto, com’è possibile?
La falla nelle regole europee
Una persona normale (ma come anche gli addetti ai lavori) potrebbe pensare che l’etichetta Art.8 o Art.9 sia un’etichetta che si “guadagna“ in qualche modo, che viene attribuita da chi di competenza a seguito di determinate verifiche strettissime. E invece no, ci si auto-attribuisce l’articolo tramite una sorta di autocertificazione. “ io, fondo xxx dichiaro di promuovere obiettivi inerenti alle tematiche ESG” ed ecco che mi viene attribuito l’art.8 . “io fondo YYY dichiaro di avere tra gli obiettivi le tematiche ESG” ed ecco che diventa un fondo articolo 9. A quel punto se puoi scegliere se essere bello o bellissimo, diciamo che pochi scelgono di essere belli e basta.
Stranamente, dopo la pubblicazione di quell’articolo di Morningstar i fondi ESG sono incredibilmente diminuiti di nuovo drasticamente. Sarà che le incentivazioni le avevano già prese, sarà che si respirava clima di sanzioni, ma questo è successo. In pratica un fondo qualsiasi, facciamo conto un GLOBAL DIVIDEND, ad un certo punto dichiara di essere un fondo art.8, compila un’ autocertificazione, si autoattribuisce l’articolo e improvvisamente diventa “GLOBAL DIVIDEND ESG”, cos’è cambiato? Niente. La normativa internazionale e quella europea stanno facendo il loro meglio per normare il settore ma con scarsi risultati. La normativa SFDR è molto recente ed è ancora in continua evoluzione e che ci sia poca informazione ormai ci siamo tutti anche stancati di dirlo. Ma quindi, cosa compro quindi quando compro un fondo ESG?
L’altra faccia della sostenibilità
La risposta è che se non è un fondo tematico, compro un SOVRAPPESO DI TECNOLOGIA, principalmente americana. Non ve lo aspettavate vero? Pensavate di aiutare le minoranze, finanziare la pace, contribuire al raggiungimento degli obiettivi del trattato di Parig. Beh, mi dispiace dirlo, ma non è così o quantomeno non lo è la maggior parte delle volte. Ciò detto, i fondi ESG non sono il male assoluto, anzi, possono essere degli strumenti validi ed alcuni di loro possono dare soddisfazione; vanno però contestualizzati, capiti ed utilizzati con cognizione di causa.
Non c’è da stupirsi, dunque, se anche colossi come Royal Dutch Shell o BP (petrolio e gas) e aziende come Leonardo (difesa e aereospazio), abbiano punteggi ESG elevati. Non sono aziende “green” in senso assoluto chiaramente, occupandosi di guerra e petrolio, ma sono “ESG”, valutate addirittura “best in class” (è un approccio di screening positivo che seleziona attivamente le società che vantano le migliori performance in campo ambientale, sociale e di governance) perché magari hanno migliorato aspetti di governance e sociali importanti (?), sono impegnate in transizione verso modelli più sostenibili (?) e più spesso pagano i diritti per inquinare. E d’altronde se ce lo dicono loro.
Chiarito che quindi se comprate ESG molto probabilmente se non vi affidate a qualcuno di competente state finanziando le stesse società che inquinano, andiamo a vedere se in effetti questi fondi hanno performance migliori dei fondi convenzionali. Diversi studi indicano che i fondi ESG sono caratterizzati dagli stessi profili di rischio/rendimento dei fondi non ESG. Ma altre ricerche invece suggeriscono:
- Il miglioramento delle performance finanziarie dovuto ai criteri ESG diventa più evidente su orizzonti temporali più lunghi.
- Le iniziative di sostenibilità nelle aziende genera migliori performance finanziarie grazie a fattori di mediazione quali una migliore gestione del rischio e una maggiore innovazione.
- Gli investimenti ESG sembrano offrire protezione dai ribassi, soprattutto durante una crisi sociale o economica.
- studi indicano che la gestione per un futuro a basse emissioni di carbonio migliora le performance finanziarie
Le ricerche sul tema
Negli ultimi cinque anni, la ricerca ha mostrato risultati più definitivi; tuttavia, è importante considerare le difficoltà derivanti da una terminologia non uniforme, dalla scarsa attenzione alle tematiche ESG davvero rilevanti, dalle lacune nei dati ESG disponibili e dalla confusione tra le varie strategie di investimento. Questa asimmetria informativa deriva dalla difficoltà, da parte degli investitori, di valutare in modo accurato sia la performance finanziaria che quella extrafinanziaria dei fondi comuni di investimento. Inoltre, i gestori patrimoniali potrebbero sfruttare strategicamente questa situazione, alimentandola con dichiarazioni infondate o ingannevoli riguardo all’impegno ambientale, sociale e di governance dei propri fondi. Attraverso l’uso di narrazioni fuorvianti e di etichette ESG poco trasparenti o prive di fondamento, i gestori possono orientare le decisioni degli investitori in modo tale da trarne beneficio.
Abbiamo scoperto che il 50,18% (rispettivamente il 40,84%) dei fondi convenzionali europei (rispettivamente gli USA) presentano ancora punteggi SRI molto elevati, a indicare che rispettano l’impegno verso i criteri ESG. Al contrario, e forse ancora più interessante, il 44,23% (rispettivamente il 36,00%) dei fondi socialmente responsabili europei hanno un punteggio SRI basso. Questo risultato indica che spesso i fondi socialmente responsabili non rispettano i propri impegni in termini di SRI. In termini generali, ciò che viene detto non sembra corrispondere a ciò che viene fatto.
In un secondo momento analizzeremo insieme meglio la transizione green e parleremo di cosa vuol dire essere green, come vengono classificati i fondi esg, parleremo della matrice di materialità e molto altro ma quanto mi premeva comunicare con questo articolo è che oggi più che mai è necessario uno studio approfondito di sempre più tematiche per investire correttamente ed ottimamente sul mercato, l’importanza di affidarsi alle persone giuste è in cima alla lista di cose da fare quando si parla di denaro in quanto è facile fare confusione e venire assorbiti da trend, emozioni e consigli/interpretazioni sbagliate o superficiali. Sconsiglio altamente di improvvisarsi o di andare a cercare una consulenza a risparmio perché, al pari del medico, può creare più disagi che altro. Le vostre scelte in termini di investimento contribuiranno a definire non solo il vostro futuro, il futuro della vostra famiglia, ma anche il futuro del mondo stesso aderendo o meno, finanziando o meno certe società, aziende, principi, paesi.
Quindi ESG sì o no? Sì, ma con la testa.
Questo articolo fa parte di una rubrica di Wall Street Italia dedicata ai consulenti finanziari che vogliono raccontare le loro esperienze e iniziative professionali. Se siete interessati a pubblicare una vostra storia scriveteci a: social.brown@triboo.it
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