di Giuseppe Di Guardo Consulente finanziario

Il cortocircuito matematico delle pensioni italiane

Una popolazione che invecchia, una base contributiva sotto pressione e una spesa previdenziale sempre più rilevante stanno creando un equilibrio fragile.
Il punto non è fare allarmismo, ma guardare in faccia la realtà con pragmatismo economico e finanziario. Secondo l’INPS, al 1° gennaio 2025 risultano vigenti quasi 18 milioni di pensioni, per un importo complessivo annuo pari a 253,9 miliardi di euro. Inoltre, il 53,5% delle pensioni ha un importo inferiore a 750 euro.

La Ragioneria Generale dello Stato, nel rapporto 2024 sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, evidenzia come le previsioni siano strettamente legate a dinamiche demografiche, macroeconomiche e di sostenibilità della spesa pubblica nel lungo periodo. Se osservassimo questo sistema come osserveremmo un bilancio aziendale, parleremmo immediatamente di sostenibilità dei flussi: entrate, uscite, base contributiva, prospettive demografiche e capacità del modello di reggere nel tempo. Eppure, quel bilancio è lo specchio del nostro sistema previdenziale.

La verità che spesso viene comunicata con troppa prudenza ai più giovani è semplice: è sempre meno realistico pensare che lo Stato possa garantire, tra vent’anni, lo stesso livello di welfare a cui molte generazioni sono state abituate. La generazione degli under 35 si trova quindi davanti a un bivio storico: continuare a fare affidamento su un modello nato in un’era economica, demografica e lavorativa completamente diversa, oppure iniziare a costruire una gestione più consapevole del proprio destino finanziario.

Il problema di fondo è culturale. In Italia la finanza viene ancora raccontata in due modi estremi: da una parte come un tabù riservato a pochi; dall’altra, soprattutto sui social, come una scommessa speculativa quotidiana. Nel mezzo manca quasi totalmente una via sana: quella della pianificazione strategica. Manca un’educazione concreta su come si gestisce il rischio, su come ci si difende dall’inflazione, su come si costruisce capitale nel tempo e su come i mercati globali possano diventare uno strumento di indipendenza, non di improvvisazione.

Per le nuove generazioni, prendere in mano la gestione del proprio domani non è più soltanto una scelta finanziaria, ma una forma di responsabilità economica individuale. Per invertire la rotta non basta assistere passivamente al deterioramento degli equilibri. Serve un cambio di paradigma che superi la logica dei bonus temporanei, spesso utilizzati come cerotti su problemi strutturali molto più profondi. Il punto non è negare il ruolo dello Stato. Il punto è capire che lo Stato, da solo, difficilmente potrà continuare a essere l’unico pilastro della sicurezza economica futura. Servono riforme strutturali e coraggiose, capaci di connettere istituzioni, mercato del lavoro, educazione finanziaria e nuove generazioni.

Due direzioni, in particolare, meritano attenzione. La prima riguarda una fiscalità davvero orientata al lungo periodo. Se un giovane decide di costruire un piano di investimento previdenziale, di accumulo o di integrazione pensionistica con orizzonte pluriennale, lo Stato dovrebbe incentivarlo in modo più deciso. Non perché quel giovane stia semplicemente “investendo di più”, ma perché sta riducendo il proprio rischio di dipendenza futura dal sistema pubblico. La seconda riguarda l’alfabetizzazione economica pratica. Non basta insegnare formule teoriche. Serve introdurre percorsi obbligatori e concreti di educazione economico- finanziaria al capitale, al rischio, all’inflazione, alla previdenza e alla pianificazione nei momenti di transizione verso il mondo del lavoro.

Un giovane che entra nel mercato senza capire il funzionamento del denaro, del debito, dell’inflazione e della previdenza parte già in svantaggio. Il futuro economico del Paese non si salva solo con l’assistenzialismo. Si costruisce dando alle nuove generazioni strumenti finanziari e culturali per diventare solide, indipendenti e competitive. Il vero rischio non è che il sistema pensionistico scompaia. Il vero rischio è continuare a ragionare come se nulla fosse cambiato. Prima smetteremo di delegare interamente la nostra sicurezza economica a un modello che mostra segnali di fragilità, prima inizieremo a governare davvero il nostro domani. Perché il tema delle pensioni, oggi, non riguarda solo chi sta per smettere di lavorare. Riguarda soprattutto chi ha appena iniziato.

Questo articolo fa parte di una rubrica di Wall Street Italia dedicata ai consulenti finanziari che vogliono raccontare le loro esperienze e iniziative professionali. Se siete interessati a pubblicare una vostra storia scriveteci a: social.brown@triboo.it


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