Usa a rilento? Ma se per Goldman Sachs economia si sta surriscaldando

9 Novembre 2015, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – E ora, dopo la pubblicazione del report occupazionale Usa migliore delle attese, Goldman Sachs afferma che l’economia americana rischia il surriscaldamento. Una sorpresa visto che, lo scorso 12 settembre, la stessa aveva detto che “la Fed dovrebbe valutare ulteriori misure di stimolo”.  Di seguito le riflessioni della banca.

I numeri di venerdì hanno scacciato i timori precedenti, relativi a un forte rallentamento del mercato del lavoro. Sebbene la crescita dei nuovi posti di lavoro di ottobre (in Usa), pari a 271.000 unità, abbia tratto vantaggio da due fattori particolari – tra cui la ripresa di alcuni settori da una fase di debolezza, come quella del commercio al dettaglio e dei servizi aziendali – il trend appare ancora vicino a 200.000 unità.

Una soglia importante, in quanto è

ben al di sopra della crescita +85.000 di “equilibrio” che noi riteniamo sia necessaria al fine di mantenere stabile il tasso di disoccupazione.

Continuando:

I migliori dati, combinati con una chiara dichiarazione della presidente (della Fed) Yellen, hanno aumentato le nostre stime sulla decisione del Fomc di alzare i tassi sui fed funds il prossimo 16 dicembre, dopo esattamente sette anni in cui sono rimasti attorno allo zero. Niente è mai certo, ma sarebbero necessarie ora sorprese decisamente negative sia sul fronte dei dati che su quello dei mercati, per dissuadere la Fed ad avviare il processo di normalizzazione, a partire dal prossimo mese. Eccetto queste sorprese, i dati del prossimo mese avranno probabilmente più importanza nel determinare il percorso dei tassi dopo il primo rialzo, che non la decisione stessa di dicembre.

A questo punto, tuttavia, Goldman Sachs si pone una domanda.

E’ una buona idea adottare a questo punto una politica monetaria restrittiva?

GOLDMAN SACHS SPIEGA IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE: U-3 CONTRO U-6

Per capire il ragionamento di Goldman Sachs è importante premettere che il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti di cui si parla nella maggior parte dei casi sui media, e che è quello che viene comunicato dal governo, è noto con la sigla “U-3”. Tale cifra è stata pari all’8,1% nel febbraio del 2009.

Ma la banca americana prende in considerazione un altro indicatore, “U-6”, che include due gruppi che non sono presenti nell’U-3.

Si tratta di 1) chi non sta cercando attivamente lavoro, ma che ha indicato il desiderio di averne uno e hanno comunque cercato lavoro (e senza successo) qualche volta negli ultimi 12 mesi. Si tratta appunto degli scoraggiati.

2)  chi sta cercando un lavoro full time ma nel frattempo è stato costretto ad accettare un impiego part time. Ciò significa che si tratta di persone che vorrebbero lavorare a tempo pieno, ma che non ci riescono.

Ora, nel febbraio del 2009, questo tasso di disoccupazione era pari al 14,8%.  Da allora Goldman Sachs che fa notare come, recentemente, il tasso sia sceso di 0,2 punti percentuali al 9,8% nel mese di ottobre, dopo una flessione di 0,3 punti percentuali a settembre. E come il valore attuale sia inferiore di meno di 1 punto percentuale a quello che la banca definisce il tasso strutturale.

Insomma, Goldman Sachs ritiene che le cose stiano andando bene…forse anche troppo bene

Il continuo rapido miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro – meglio illustrato dal calo di 1,7 punti percentuali dell’U6 nel corso degli ultimi dodici mesi, suggerisce che l’economia potrebbe iniziare a surriscaldarsi entro la fine del 2016/ inizi 2017 a meno che la crescita non rallenti il passo dal ritmo attuale.

La banca prevede anche una crescita graduale dell’inflazione. Eppure era circa due mesi fa che il colosso aveva consigliato alla Fed di attendere fino alla metà del 2016.