Unicredit: Ghizzoni silurato, caccia al successore

24 Maggio 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Dopo una riunione di due ore Federico Ghizzoni si è dimesso da amministratore delegato di Unicredit e ora si apre la caccia al nuovo Ceo della prima banca per numero di asset in Italia. Come previsto al termine dell’assemblea straordinaria, il board e il top manager hanno “constatato che sono maturate le condizioni per un avvicendamento al vertice del gruppo”.

Ora che è stata stabilita la decisione di dare una discontinuità al comando del gruppo, una delle 28 banche sistemiche mondiali, è iniziata la ricerca del sostituto che dovrebbe concludersi entro la prossima riunione del Cda, fissata per il 9 giugno. I soci premono per chiudere il prima possibile, prima di quest’estate.

Il titolo dell’istituto di credito ha perso circa metà del suo valore in Borsa negli ultimi sei mesi, facendo crescere il malumore in seno ai soci e agli investitori. A questo andamento si sono andati anche ad aggiungare gli strascichi dell’operazione Popolare di Vicenza, che hanno aumentato la consapevolezza che la banca debba acquistare maggiore solidità.

I nomi dei papabili successori sono diversi. In pole position per il posto di capo azienda pare ci sia Marco Morelli, vicepresidente per l’area Emea di Bofa-Merrill Lynch. Tra gli altri candidati vi sono il Ceo di UnipolSai, Carlo Cimbri, e il presidente di Banca Imi, Gaetano Miccichè, anche se il nome più gettonato sta diventando quello di Jean-Pier Moustier, già a capo del Cib di UniCredit.

Secondo il Financial Times tra i nomi in corsa per l’ambito incarico sarebbero spuntati negli ultimi tempi anche quelli di Andrea Orcel, capo dell’investment banking UBS, di António Horta-Osório, amministratore delegato di Lloyds Bank.

Molti banchieri di alto livello hanno detto che il successore di Ghizzoni, nominato Ceo nel settembre del 2010, “dovrebbe essere un italiano, in grado di navigare la governance complessa e le pressioni politiche esercitate presso la banca”.

Sette miliardi di capitale addizionale

L’avvicendamento al vertice è diventato una necessità per cercare di riconquistare la fiducia dei mercati, che all’apertura dei mercati dovrebbero premiare il cambio di rotta. La notizia di un rimpasto nel Cda della banca ha fatto salire il prezzo del titolo Unicredit nei giorni scorsi, dopo i dubbi sui livelli di capitale e i risultati non eccelsi (calo del 20% degli utili nel primo trimestre ma profitti migliori del previsto).

A metà maggio anche il Financial Times ha parlato di timori sulla capitalizzazione della banca, facendo proprie le parole di uno degli azionisti della banca secondo cui in Unicredit occorre “un aumento di capitale ma non si può fare con i manager attuali, perché non hanno più la fiducia dei mercati” dopo il contratto di pre-underwriting siglato da UniCredit per l’operazione che poi si è rivelata fallimentare di aumento di capitale di Pop Vicenza.

Ghizzoni ha sempre sostenuto che Unicredit non richiederà ulteriori capitali. Ma gli analisti nutrono qualche dubbio. Marta Bastoni, analista di Barclays e strategist notoriamente ribassista, per esempio, ha reso noto che il gruppo “richiederà fino a 7 miliardi di capitale addizionale”.

Unicredit si era impegnata a sottoscrivere l’inoptato dell’aumento di capitale della banca popolare, dopo che Popolare Vicenza, per preparare lo sbarco in borsa, aveva deciso di lanciare un aumento di capitale propedeutico all’Ipo. Dell’aumento fino a 1,76 miliardi, che è stato accolto freddamente dagli investitori, Unicredit aveva assunto il ruolo di garante unico fino a 1,5 miliardi.