Un anno dopo il bail-in, banche regionali non sono ancora in salvo

22 Novembre 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Dopo 12 mesi dal ricorso al regime di bail-in e nonostante i sacrifici dei risparmiatori, le quattro banche regionali salvate con una risoluzione di emergenza non sono ancora state comprate e messe in sicurezza. Il regime di bail-in di nuova attuazione (è entrato in vigore dal primo gennaio) contempla che siano azionisti, obbligazionisti e correntisti ad accollarsi le spese del piano di salvataggio di una banca.

Ubi Banca deve ancora finalizzare l’acquisto di Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti. Dovrebbe farlo giovedì dopo che il Single Supervisory Mechanism della Bce darà il via libera all’operazione che comprende un aumento di capitale da 400-500 milioni di euro.

A rilevare i crediti deteriorati sarà il fondo Atlante che procederà con una cartolarizzazione che riguarderà circa due terzi (2,5 miliardi di euro) dei crediti deteriorati in seno alle tre banche che ammontano in totale a 3,7 miliardi di euro. Dopo 12 mesi la vicenda non si è ancora conclusa.

“Una soluzione sembra avviata per una storia iniziata esattamente un anno fa con la risoluzione delle quattro banche regionali“, osservano gli analisti di Icbpi. “Resta da vedere quale sarà il ritorno sugli investimenti di Ubi, tenendo anche conto della situazione generale degli asset coinvolti nell’operazione”.

Ipotizzando un taglio dei costi aggressivo, secondo gli analisti di Equita Ubi realizzerà un ritorno sull’investimento del 3-4%. Così non ci sarà nessuna distruzione né creazione di valore per la banca acquirente. L’operazione viene giudicata positiva per l’intero settore bancario, ma poco strategica per Ubi Banca, che è già presente nel territorio del Centro Italia.

Ad accollarsi le spese dell’operazione sarà il governo italianoe quindi i contribuenti, mentre il costo del piano di salvataggio ha già pesato sulle spalle di azionisti, obbligazionisti subordinati e di quei risparmiatori con più di 100mila euro di conto corrente. I rimborsi sono stati avviati ma proseguono a rilento: quando sono trascorsi 12 mesi dalla relativa risoluzione, solo 4mila piccoli investitori stanno ottenendo qualche rimborso parziale.

Lo Stato italiano ci rimetterà perché la risoluzione prevede una garanzia di Cdp da 1,6 miliardi di euro sul prestito ponte di 4 miliardi di euro che tre banche (UniCredit, Intesa Sanpaolo e Ubi Banca) misero a disposizione. Come sottolinea il M5S quei “soldi sarebbero dovuti rientrare con i proventi della vendita delle quattro new bank”, ma difficilmente sarà così, visto che “queste ultime hanno nel frattempo maturato quasi 4 miliardi di crediti deteriorati lordi e il candidato compratore, Ubi, punta a prenderne tre al prezzo simbolico di un euro, dovendosi accollare gli attivi deteriorati (con relativo aumento di capitale)”.

Fusione tra Pop Vicenza e Veneto Banca in alto mare

Sempre in tema di banche in crisi da salvare e di correntisti preoccupati, si complica il matrimonio tra la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. La prima deve ancora trovare un accordo con l’istituto di Montebelluna sui rimborsi da elargire ai soci. Questo ostacolo mette a rischio la fusione tra le due banche popolari.

La banche non sono riuscite ancora a definire una strategia adeguata per trovare una soluzione che soddisfi le richieste di risarcimento danni arrivate dai clienti danneggiati, riguarda al quale ieri c’è stato un incontro tra i vertici delle banche per fare il punto della situazione.

Intanto Alessandro Penati, presidente di Quaestio Capital Management, la Sgr che gestisce il fondo Atlante, che controlla i due istituti dopo averli salvati, ha detto che  per poter procedere al processo di risanamento delle due banche venete si deve passare obbligatoriamente dallo smaltimento dei crediti deteriorati e che questo ovviamente comporterà un aumento di capitale.

Il numero uno del Fondo Atlante, primo e unico azionista dei due istituti popolari, ha anche ribadito che lui ha sempre sostenuto questa eventualità.