Treasuries a 30 anni perdono appeal: rendimenti ai massimi. Le scadenze preferite dalla Fed

3 Giugno 2020, di Alberto Battaglia

Durante la fase più acuta della crisi sanitaria del coronavirus i Treasuries americani sono stati fra i pochi porti sicuri per gli investitori, i quali hanno contribuito a spingere ai minimi storici i rispettivi rendimenti.
L’intervento della Federal Reserve ha certamente favorito il fenomeno adottando politiche espansive che, ancora una volta, hanno incluso l’acquisti di titoli governativi. Qualcosa, però, sembra essere cambiato nella parte finale dello spettro dei rendimenti: i buoni del Tesoro Usa con scadenza a 30 anni, infatti, hanno visto risalire i rendimenti portandosi ai massimi da marzo, toccando nuovamente un livello dell’1,5%.

La parte finale della curva dei rendimenti, ha fatto notare il Financial Times, risulta adesso più ripida di quanto non fosse stata negli ultimi tre anni. Nel dettaglio, lo spread fra i Treasuries a 5 e a 30 è arrivato ieri (martedì 2 giugno) a 118 punti: il livello più alto dal 2017 (se si esclude un momentaneo picco intraday dello scorso marzo).
Deve far riflettere sulle ragioni alla base di questo fenomeno il fatto che il differenziale fra i titoli a 3 mesi e quelli a 10 anni è rimasto pressoché invariato dalla metà di aprile. Sarebbero, infatti, le previsioni sulle future mosse della politica monetaria ad aver in qualche modo influenzato il comportamento degli investitori nella valutazione delle opportunità aperte dai Treasuries.

 

Le scadenze preferite dalla Fed

L’aspettativa espressa, ad esempio, dagli analisti di Goldman Sachs, è che la Federal Reserve concentrerà il suo Qe sui titoli a scadenze più brevi, mentre troverà meno rilevante porre un tetto ai rendimenti dei titoli a lungo termine.
Maggiori dettagli potranno essere chiariti, su questo punto, in occasione del prossimo incontro del Fomc in calendario la prossima settimana. Considerando l’avvio in atto della ripresa dell’economia americana è probabile che il board non trovi motivazioni sufficienti per giustificare ulteriori interventi su Treasuries.

Jon Hill, rates strategist presso BMO Capital Markets ha fatto notare al Financial Times che, durante la fase più acuta della crisi di liquidità a metà marzo, la banca centrale acquistava Treasuries a un ritmo di 75 miliardi di dollari al giorno, mentre adesso il rimo è sceso a 22,5 miliardi alla settimana. Se l’aumento dei rendimenti fra i titoli a lunga scadenza dovesse andare troppo oltre, ha aggiunto Hill, la Fed sarebbe comunque pronta a intervenire.