TFR: meglio lasciarlo in azienda o versarlo in un fondo pensione?

di Giulia Schiro
27 Febbraio 2023 10:20

Il drastico calo dei mercati finanziari che ha caratterizzato il 2022 non ha risparmiato neppure i fondi pensione. Tanto che la Covip (Commissione di vigilanza sui Fondi Pensione) riferisce di rendimenti netti in calo del 9,8% per i fondi negoziali, del 10,7% per i fondi aperti e dell’11,5% per i PIP (Piani Pensionistici Individuali) di ramo III. Al contrario, il TFR si è rivalutato dell’8,3% in scia alla crescita persistente dell’inflazione.

Una doccia fredda per le 14,1 milioni di posizioni registrate da forme pensionistiche complementari e fondi negoziali, che ha portato i lavoratori ad interrogarsi se sia meglio lasciare il TFR in azienda o versarlo a un fondo pensione.

Cos’è il TFR

Ricordiamo che il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è una parte (6,91%) di stipendio che si matura ogni mese e che può essere tenuta in azienda, rivalutata ogni anno dell’1,5% (quota fissa) + il 75% dell’inflazione (quota variabile), oppure versata ad un fondo pensione, con la rivalutazione legata all’andamento della gestione finanziaria del fondo.

Il TFR tenuto in azienda viene pagato al termine di ogni rapporto di lavoro. Il TFR versato ad un fondo pensione, invece, viene accumulato nella posizione individuale aperta presso il fondo e pagato nel momento in cui si richiede la pensione complementare (chiamata così perché l’obiettivo primario di un fondo pensione è integrare la pensione pubblica), o una delle prestazioni esigibili prima del pensionamento a determinate condizioni, cioè anticipazione, trasferimento e riscatto.

Chi inizia a lavorare ha sei mesi di tempo per decidere se versare il suo TFR alla previdenza complementare oppure se tenerlo in azienda. Se entro questi sei mesi non effettua alcuna scelta, il suo TFR, attraverso il cosiddetto meccanismo del silenzio-assenso, viene automaticamente versato al fondo pensione di riferimento per il suo settore di attività (es. per il settore commercio, il fondo pensione di riferimento è Fon.Te.). In questo modo, il lavoratore risulta di fatto iscritto alla previdenza complementare.

Se si sceglie di aderire ad un fondo pensione negoziale, cioè ad un fondo legato ad uno specifico settore lavorativo (esempio: commercio, chimico-farmaceutico, metalmeccanico), il versamento del TFR è obbligatorio. In alcuni casi, se previsto dalle fonti istitutive del fondo, è possibile versare anche solo una parte del TFR e non necessariamente il 100%. Se si opta per l’adesione ad un fondo pensione aperto o ad un PIP (Piano Individuale Pensionistico), invece, non è obbligatorio versare il TFR.

Per quanto riguarda i fondi pensione negoziali o fondi aperti individuati da appositi regolamenti aziendali, il lavoratore iscritto, oltre al TFR, può depositare nel fondo anche un proprio contributo mensile, che verrà trattenuto direttamente dalla busta paga. Con il versamento di questa quota periodica acquisisce anche il diritto di ricevere un ulteriore contributo da parte del datore di lavoro. Le cifre dei versamenti del lavoratore e del datore di lavoro sono fissate nel CCNL di riferimento o nel regolamento aziendale e sono indicate nella Nota Informativa (il documento informativo del fondo).

Il TFR, insieme agli eventuali versamenti del lavoratore e del datore, viene così accantonato nel conto individuale dell’iscritto e investito nel comparto scelto, in modo da produrre dei rendimenti. I versamenti e i relativi rendimenti verranno poi ripagati sotto forma di pensione complementare, che si potrà chiedere una volta raggiunta l’età per accedere alla pensione pubblica e con almeno 5 anni consecutivi di iscrizione alla previdenza complementare.

Una volta scelta l’adesione alla previdenza complementare non è più possibile tornare al mantenimento del TFR in azienda, eccezion fatta per la casistica del riscatto totale. Il riscatto totale di quanto accumulato nel fondo, che il lavoratore può richiedere conseguentemente alla perdita di lavoro, interrompe infatti la permanenza nella previdenza complementare. In seguito, quando si verrà nuovamente assunti, si potrà scegliere se lasciare il TFR in azienda oppure versarlo ad un fondo pensione e iscriversi nuovamente alla previdenza complementare.

Se da un lato è evidente che destinando il proprio TFR al fondo pensione viene meno la “certezza” della quota di rivalutazione fissa (quell’1,5% che certamente verrà riconosciuto dall’azienda), dall’altro ci sono almeno due elementi da considerare per compiere una corretta valutazione: l’arco temporale con cui si confrontano i rendimenti generati dal TFR in azienda o dal fondo pensione e i vantaggi che si ottengono aderendo a una forma pensionistica complementare. Vantaggi/svantaggi di natura fiscale, di redditività, di convenienza e facilità nell’utilizzo del TFR per determinati eventi (acquisto prima casa, spese sanitarie, etc.) nonché per costruirsi una pensione integrativa (nel caso venga versato al fondo pensione).
Viene da sé che destinare il TFR alla previdenza integrativa consentirà al pensionato di domani di disporre, almeno in parte e con buona probabilità, di un tasso di sostituzione (rapporto tra l’ultima retribuzione e la prima rata pensionistica) tale da mantenere quasi inalterato il suo tenore di vita, integrando la prestazione pensionistica pubblica.

TFR in azienda vs fondo pensione: l’orizzonte temporale

Il fattore tempo è legato a qualsiasi tipo di investimento. Quando si parla di TFR e lo si lega alla scelta del fondo pensione, quindi a un risparmio di tipo previdenziale, non si può che assumere orizzonti temporali di medio/lungo periodo. Solitamente infatti, si confronta la performance ottenuta dalle diverse forme di previdenza complementare con la rivalutazione del TFR presso le aziende. Proprio a questo riguardo la Relazione COVIP per l’anno 2021 riporta il confronto su diversi periodi temporali, come riportato nella figura 1. Prendendo come riferimento il rendimento a 10 anni, la rivalutazione del TFR (quindi quella ottenuta mantenendo lo stesso in azienda) si ferma all’1,9%, a fronte di un rendimento che oscilla tra il 2,2% e il 5% per le forme pensionistiche complementari. Nonostante la rivalutazione del TFR non sia l’unico elemento di valutazione, i dati indicano che anche solo in termini puramente finanziari, la scelta di destinare il proprio TFR al fondo pensione sarebbe stata comunque più conveniente.

TFR rendimenti Covip 2021

Giulia Schiro | Wall Street Italia

TFR in azienda vs fondo pensione: la fiscalità

Un’altra importante differenza, strettamente legata al punto precedente, riguarda la tassazione degli stessi rendimenti. Nel caso in cui il TFR venga lasciato presso l’azienda il suo rendimento sarà assoggettato a un’aliquota fissata al 17%; i fondi pensione invece beneficiano di un’imposta sostitutiva del 20% su interessi e plusvalenze realizzate anziché del 26% come gli altri strumenti finanziari. Da considerare inoltre che i titoli di Stato, nonché le obbligazioni dei titoli pubblici territoriali (come regioni, province e comuni) e i bond di Stato esteri e territoriali inseriti nella white list (che contiene gli Stati che consentono un adeguato scambio di informazioni) e quelli degli organismi internazionali, sono tassati al 12,5%.

La tassazione è differente anche in fase di erogazione del TFR. Nel caso dell’accantonamento in azienda sarà soggetto a tassazione separata, ovvero verrà applicata l’aliquota (IRPEF) media di tassazione dei 5 anni antecedenti la cessazione dell’attività lavorativa. La differenza tra il TFR lordo e la quota di IRPEF appena calcolata restituirà il TFR netto a disposizione del lavoratore. Considerando che tipicamente gli ultimi anni di carriera sono quelli che offrono retribuzioni più elevate, l’imposizione IRPEF applicata al momento della cessazione del rapporto tende di fatto a essere elevata (tra il 23 e il 43%, cioè gli scaglioni IRPEF).
Nel caso di versamento al fondo pensione, al momento dell’erogazione, la prestazione pensionistica (che incorporerà il TFR versato) sarà assoggettata a un’aliquota massima del 15%, che decresce dello 0,3% per ogni anno di iscrizione alla previdenza complementare successivo al quindicesimo, fino a un minimo del 9%. Quindi, maggiore è la permanenza all’interno del fondo maggiore sarà il risparmio fiscale ottenibile al momento dell’erogazione della prestazione pensionistica.

Le anticipazioni

Ci sono infine alcune differenze nell’accesso al TFR lasciato in azienda o destinato al fondo pensione nel caso di richiesta di anticipazione, vale a dire nel caso in cui il dipendente dovesse necessitare di disporre delle somme accantonate in anticipo rispetto alla conclusione del rapporto di lavoro. Va innanzitutto specificato che l’anticipo chiesto al fondo si riferisce all’intera posizione maturata, composta da contributo del lavoratore, del datore di lavoro, del TFR e dei rendimenti finanziari, mentre per il TFR in azienda l’anticipo sarà costituito dalla quota di TFR e dal suo rendimento. Le differenze sono riassunte nella figura 2.

TFR casi di anticipazione
TFR casi di anticipazione

Come si evince, il TFR accantonato al fondo pensione gode in termini di anticipazioni di maggiore flessibilità, ma non solo. Tornando all’aspetto fiscale, l’anticipo del TFR in azienda sarà soggetto alla medesima tassazione vista poco sopra; al fondo pensione invece la tassazione che verrà applicata cambierà in base al motivo della richiesta del lavoratore: un’imposizione più contenuta nel caso di spese sanitarie (aliquota del 15% ridotta di 0,3 punti percentuali per ogni anno di adesione oltre il quindicesimo) e, in tutte le altre casistiche, una ritenuta a titolo di imposta con aliquota fissata al 23%. Ulteriore aspetto da tenere in conto è che quanto richiesto come anticipazione al fondo pensione può essere reintegrato con uno o più versamenti che possono anche superare la soglia annuale di 5.164,57 euro e comunque in esenzione di imposta.

Il mercato del lavoro

Negli ultimi anni, complice la crisi economica che ha investito il Paese, il mercato del lavoro ha dovuto diventare più elastico, tanto che le interruzioni e i cambi di azienda dei lavoratori sono sempre più frequenti. Ciò comporta inevitabilmente che, se il lavoratore ha optato per trattenere il TFR in azienda, a ogni cambio, questo verrà liquidato e ovviamente tassato secondo le regole viste in precedenza, elemento da tenere in conto per la valutazione della decisione da prendere.

In conclusione, ribadendo che non c’è una risposta giusta o sbagliata, gli elementi da tenere in considerazione per effettuare una scelta consapevole sono numerosi: possibili maggiori rendimenti conseguibili, rischio diversificato dell’investimento, tassazione favorevole, maggiori opportunità di ottenere le somme in anticipo.