Tassi Usa al 3%, mercati non hanno nulla da temere

30 Aprile 2018, di Daniele Chicca

Viene giudicato dai grandi guru di mercato la soglia spartiacque: il livello del 3% oltrepassato la settimana scorsa dai rendimenti obbligazionari Usa decennali, equivalente ai massimi di quattro anni, mette in ansia gli investitori.

Uno dei timori è che all’azionario venga preferito il reddito fisso, anche quello sulla scadenza a breve, visto che il titolo a due anni sfiora ormai il 2,5%, un rendimento sicuro che potrebbe fare gola a molti, dopo anni di ritorni da investimento magari nel mercato obbligazionario.

Le pressioni al rialzo sul costo del denaro, l’appiattimento della curva dei rendimenti e il surriscaldamento dell’inflazione hanno giocoforza alimentato la tensione in vista della prossima riunione di politica monetaria della Fed. Ora il numero di strette monetarie nel 2018 è stimato nell’ordine delle quattro piuttosto che delle tre.

Il raggiungimento e superamento del 3% potrebbe diventare la norma in questa nuova fase per l’obbligazionario. Anche se alcuni economisti prevedono un nuovo cambio di scenario e una discesa del tasso decennale, non è affatto a escludere che i rendimenti rimangano su questi livelli, che storicamente, in un’ottica più ampia, e non sono poi da ritenere così eccezionali.

Uno scenario del genere con non è detto che abbia un impatto negativo sui mercati finanziari. “Un tasso di interesse al 3% è sostenibile“, dice alla CNBC Mariann Montagne, senior investment analyst presso Gradient Investments. È più una questione del livello adeguato al momento giusto, secondo lei.

Il tasso, partito al 2,4% a inizio anno, si è attestato al 2,95% dalla fine di gennaio fino a febbraio. “Allora si pensava che avesse raggiunto il limite e che era aumentato troppo, e troppo in fretta”, osserva Montagne. Il rendimento del T-Bond di riferimento è poi sceso in area 2,72% ma le previsioni per un innalzamento dei prezzi al consumo sono tornati a spingere al rialzo il tasso.

I rendimenti hanno raggiunto il 3% martedì scorso, per la prima volta da gennaio 2014, ma per Montagne non c’è nulla da temere. “Non è l’effetto della Federal Reserve. Hanno pianificato un graduale rientro alla normalità delle politiche monetarie. È il mercato che sta dettando i tempi ora come ora”.

Appiattimento della curva segnala una recessione?

Una delle preoccupazioni principali dei mercati è che la Fed inizi ad accelerare ulteriormente il ciclo di rialzi dei tassi. Ma questo scenario non è da mettere in conto, secondo la manager: sebbene l’economia abbia dato una serie di prove di forza, “non penso che in fatto di strette monetarie ci sia da aspettarsi molto di diverso rispetto a quanto atteso”.

La Fed, sotto la guida di Jerome Powell, ha in effetti assunto un atteggiamento più aggressivo quest’anno, con i mercati che scontano un livello dei tassi guida del 2-2,5% entro fine anno, se si guarda all’andamento dei future sui Fed Funds sulla piattaforma CME. Tale previsione equivale a ulteriori due strette monetarie nel 2018 dopo l’incremento del costo del denaro di marzo.

L’appiattimento della curva, poi, viene ritenuto un indice di possibile recessione economica, ma secondo Montagne anche questo trend non dovrebbe preoccupare. Il differenziale tra titoli a due e dieci anni è sceso ai minimi pluriennale di 41 punti base la settimana scorsa. Anche se la curva dovesse invertirsi, non c’è nulla da temere sul breve.

“La curva ha virato in negativo in passato ma ci sono comunque voluti uno o due anni prima che l’economia entrasse in una fase di recessione”. Al momento lo spread è pari a 54 punti base, un livello comunque inferiore alle media a lungo termine che è di 90 punti base, ha spiegato Montagne.