Economia

Stipendi, quanto sono scesi in Italia dal 2007 ad oggi?

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Nel 2020, con i redditi netti da lavoro dipendente in calo del 5%, gli stipendi medi, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, sono stati pari a 31.797 euro, il 4,3% in meno dell’anno precedente, mentre lo stipendio netto a disposizione del lavoratore è pari a 17.335 euro e costituisce poco più della metà del totale del costo del lavoro (54,5%).

Così l’Istat, presentando i principali risultati delle elaborazioni effettuate sui dati raccolti presso le famiglie con l’indagine “Reddito e condizioni di vita” 2021 con riferimento, per quel che riguarda il reddito, agli anni 2019 e 2020. Si tratta, dice l’istituto nazionale di statistica, delle elaborazioni che hanno prodotto le stime dei redditi lordi e che permettono quindi di analizzare stipendi, cuneo fiscale, peso delle imposte sulle famiglie e sugli individui ed effetti sulla diseguaglianza degli interventi fiscali e delle misure di sostegno al reddito.

Dall’indagine poi emerge che il cuneo fiscale e contributivo, ossia la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore, è in media pari a 14.600 euro e sebbene si riduca del 5,1% rispetto al 2019 continua a superare il 45% del costo del lavoro (45,5%). I contributi sociali dei datori di lavoro costituiscono la componente più elevata (24,9%), il restante 20,6% risulta a carico dei lavoratori: il 13,9%, sotto forma di imposte dirette e il 6,7% di contributi sociali.

Confrontando le variazioni a prezzi costanti intervenute nelle componenti del costo del lavoro tra il 2007 (anno che precede la prima crisi economica del terzo millennio) e il 2020, risulta che i contributi sociali dei datori di lavoro sono diminuiti del 4%, anche per l’introduzione di misure di decontribuzione,i mentre i contributi dei lavoratori sono rimasti sostanzialmente invariati, le imposte sul lavoro dipendente sono aumentate in media del 2%, mentre la retribuzione netta a disposizione dei lavoratori si è ridotta del 10%.

Il reddito medio da lavoro autonomo, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è pari a 24.885 euro annui, con una riduzione del 5,9% rispetto al 2019. Il reddito netto a disposizione del lavoratore autonomo raggiunge il 68,5% del totale (17.046 euro): le imposte rappresentano il 14,1% del reddito lordo e i contributi sociali il 17,4%.

Stipendi e carico fiscale

A livello familiare, continua l’Istat, il carico fiscale è mediamente più basso in corrispondenza delle famiglie monopercettore con minori: le aliquote vanno dall’11,4% per le coppie con tre o più figli e almeno un minore, al 13,7% per le famiglie monogenitore con uno o più minori.

Inoltre, con un’aliquota media del 22%, le coppie di anziani senza figli sono la tipologia su cui grava il maggior prelievo fiscale nell’anno di inizio della pandemia, indipendentemente dal numero di percettori in famiglia. Le famiglie con un solo percettore di reddito (prevalente) da lavoro autonomo presentano, lungo tutta la distribuzione dei redditi, aliquote medie fiscali inferiori rispetto alle restanti famiglie monopercettore, confermando e consolidando la posizione di vantaggio relativo già osservata nel precedente anno. Fra il 2019 e il 2020, l’aliquota media fiscale delle famiglie con unico percettore di reddito da lavoro autonomo è passata dal 18,1% al 17,6%.

Sulle famiglie del Mezzogiorno, infine il carico fiscale pesa meno rispetto al resto del Paese: 16,2%, contro 19,2% del Nord-est, 19,4% del Centro e 20,5% del Nord-ovest. Le prime possiedono, infatti, un più elevato numero di familiari a carico (con detrazioni di conseguenza più elevate) e dispongono di redditi mediamente più bassi (anche all’interno di ciascuna fascia di reddito). Nel 2020 si stima che la riduzione del cuneo fiscale (bonus Irpef e trattamento integrativo) abbia interessato 12,7 milioni di persone, per una spesa complessiva di 10,8 miliardi di euro di trasferimenti, pari a 850 euro pro capite. Si tratta per lo più di lavoratori dipendenti che non percepiscono altre componenti assimilate (56,9%) e di soggetti che accompagnano periodi retribuiti a periodi di disoccupazione indennizzata (34,6%).

“E’ il problema irrisolto del Paese. E’ quanto andiamo denunciando dal 2002 e poi ripetuto dal 2007. Fino a che gli stipendi e le pensioni restano al palo, mentre il costo della vita sale, le tariffe e le bollette aumentano, l’Italia non crescerà. I consumi rappresentano il 60% del Pil. O ridiamo capacità di spesa agli italiani o non si va da nessuna parte”, ha concluso Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.