Status economia di mercato alla Cina: ecco perché è fondamentale

11 Dicembre 2015, di Alberto Battaglia

BRUXELLES (WSI) – L’Unione Europea sta maturando, senza farne troppa pubblicità, una decisione che potrebbe cambiare la vita di milioni di lavoratori europei: il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina (Mes). Questione di status, sì, ma anche di terrena sostanza. L’ingresso della Cina nel novero delle economie di mercato renderà illegali i dazi anti-dumping che attualmente proteggono diversi prodotti europei, verso i quali la Cina compete a prezzi molto al di sotto di quelli di mercato.

Tutto è stato scritto nel 2001, nel Protocollo sull’accesso nel Wto della Repubblica popolare cinese; scartabellando sino all’articolo 15 (d) si legge che tali misure di protezione decadranno “in ogni caso” dopo quindici anni dalla data d’accesso della Cina nel Wto. Ci siamo quasi: manca appena un anno e le forze mondiali, tra le quali l’Ue, dovranno esprimersi sul riconoscimento. La Cina, da parte sua, fa notare col Protocollo in mano che la procedura è automatica allo scadere dei quindici anni. Le discussioni sono aperte, anche se non molto riprese dai media, e stanno già facendo affiorare tutte le contraddizioni in seno all’Unione Europea.

La posta in gioco è enorme. Uno studio pubblicato a settembre dall’Economic policy institute (Epi), un think-tank indipendente, ha stimato che l’incremento dei beni importati dalla Cina dato dalla caduta dei dazi anti-dumping costerebbe al Pil europeo una riduzione compresa fra l’1 e il 2%. Ancora più preoccupante è la mole dei lavoratori che perderebbe il proprio impiego: si parla di un minimo di 1,7 milioni di mobilità che possono arrivare a 3,5 milioni. A questi vanno aggiunti altri 2,7 milioni, di posti di lavoro “a rischio”. Gli autori del report scrivono che “le perdite di lavoro stimate in questo studio sono superiori rispetto ai posti già persi a causa dei crescenti deficit commerciali con la Cina”. Questi ultimi sono passati dai 74,6 miliardi del 2000 ai 359,6 miliardi previsti per la fine dell’anno, con una crescita media annua dell’ 11,1%.

E l’Italia? E’ il paese che, in proporzione, avrebbe più da perdere dal riconoscimento del Mes alla Cina, sul piano commerciali ma anche sul versante della disoccupazione. Secondo gli studiosi dell’Epi la percentuale di posti di lavoro a rischio nello Stivale è compresa tra lo 0,9 e l’1,9% dell’occupazione totale. Seguono la Germania (0,8-1,7%), la Francia (0,7-1,5%) e il Regno Unito (0,7-1,4%).

Mentre la questione ha trovato oppositori illustri fra gli industriali italiani ed europei, con il franco ‘no’ di Giorgio Squinzi e del Sole24ore, il dibattito sulla concessione del Mes alla Cina latita a livello politico. La Commissione europea dovrebbe pronunciarsi in merito all’inizio del prossimo anno, ma, per adesso, di questo problema fondamentale per il futuro dell’economia europea si parla ancora troppo poco.

“Europa sta mettendo la questione a tacere”

Eurodeputata e membro della commissione Commercio internazionale, Tiziana Beghin (Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta, M5s) sottolinea come una questione di così vitale importanza sia finita col dimostrare, nuovamente, la debolezza politica del Parlamento europeo e la scarsa trasparenza dei processi decisionali della Commissione. E della latitanza dell’Italia nelle discussioni.

Onorevole Beghin, il suo gruppo parlamentare che posizione ha nei confronti della concessione dello Status di economia di mercato alla Cina?

Noi siamo assolutamente contrari al riconoscimento, che sia automatico o compromissorio, dello status di economia di mercato (Mes) alla Cina. Al momento vediamo le contraddizioni di un’Europa che non è unita anche in questo caso: non si chiede una valutazione settoriale o regionale, ma si stanno facendo studi d’impatto generico che non tengono conto delle specificità a livello locale. Noi avremmo, come Italia, tutto da perdere dal riconoscimento del Mes alla Cina e della conseguente inapplicabilità delle misure anti-dumping.

Quali sono i soggetti che trarrebbero vantaggio dall’ingresso della Cina nel numero delle economie di mercato? A prima vista sembrerebbe un autogol per tutti.

Non sarebbe un autogol per tutti. Lo è soprattutto per chi ha un settore manifatturiero ancora importante, per chi cerca di tutelare il proprio “made in”. Al contrario, le aziende che si limitano ad assemblare e quelle che hanno delocalizzato hanno da guadagnarci, o, quantomeno, molto poco da perdere. Vale lo stesso ragionamento per i Paesi che traggono reddito in prevalenza dai servizi, nella fattispecie i Paesi ultraliberali del Nord Europa. La Germania stessa, nonostante la sua forza manifatturiera, non ha molto interesse a ostacolare il riconoscimento del Mes alla Cina. Dall’altra parte abbiamo una Cina molto presente coi suoi investimenti, con in mano buona parte dei debiti pubblici: certi paesi temono più le ritorsioni da quel punto di vista, che non quello che perderebbero concedendo il Mes.

Noi in Italia, invece, saremmo feriti mortalmente sia da questo riconoscimento, sia da eventuali ritorsioni. Ma a quanto si dice, il presidente del Consiglio, in linea con la sua politica di apparenza, sarebbe allettato dalla promessa una posizione di prestigio nel Consiglio di sicurezza Onu per l’Italia in cambio del suo via libera al Mes per la Cina. La posizione nel nostro Paese è contraddittoria, però: il vice ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, si sta battendo per una posizione che sia per noi soddisfacente. Ma nel resto d’Europa la questione non è affrontata dagli omologhi di Calenda, bensì dalle alte cariche, ovvero i Gabinetti di Angela Merkel, di Francois Hollande e dei vari capi di governo. L’Italia, invece, non partecipa a tale livello.

La posizione della Germania qual è?

Il partito Popolare [quello sostenuto dalla cancelliera Merkel ndr.] sostiene posizioni ultraliberiste. Più ancora dei liberisti “tradizionali”. Fra loro la componente tedesca non fa eccezione.

Quindi i tedeschi sono propensi al riconoscimento del Mes alla Cina…

Sono propensi a una soluzione di compromesso, che noi ci aspettiamo per gennaio in quanto la Commissione si esprimerà all’inizio del nuovo anno, che garantisca certi settori. Secondo i rumor questo riconoscimento avverrà con il mantenimento di alcune protezioni. Ma conferire tutele anti-dumping a certi settori che ne hanno bisogno, già oggi, è molto complicato.

Perché non si sente alcun dibattito pubblico in merito?

La verità è che l’Unione Europea sta cercando di mettere tutta la questione a tacere, cercano di esprimersi pochissimo, dicono tutto e niente. La commissaria al commercio, Cecilia Malmström, è venuta a riferire a porte chiuse dietro nostra sollecitazione, ma non ci stanno considerando. Anche dal punto di vista del Parlamento europeo stiamo faticando a dare una nostra prospettiva a causa delle divisioni fra i gruppi politici e dei differenti interessi degli stati d’origine dei parlamentari. Se il riconoscimento, pur nel silenzio, non venisse accordato alla Cina ed essa si vedesse costretta a ricorre al tribunale del Wto forse sarebbe, per noi, il percoso migliore: infatti dimostrare che la Cina sia un’economia di mercato non è così semplice.

L’intervento dello stato cinese nell’economia è ancora molto forte infatti...

Sì, infatti Stati Uniti e Giappone si sono già espressi in tal senso dicendo che assolutamente non riconosceranno il Mes alla Cina. Ancora una volta la grande assente è l’Unione Europea. Gli Stati Uniti non solo hanno preso posizione in merito, ma hanno detto in modo ufficiale che se l’Ue riconoscerà lo status di economia di mercato alla Cina questo potrebbe compromettere i negoziati del Ttip.

Se il Ttip (il trattato di libero scambio in fase di negoziato fra Usa e Ue) ha un senso è quello di rafforzare le due principali economie occidentali a discapito dei competitor. Perseguire ad un tempo il Ttip e la rimozione le barriere commerciali con la Cina appare contraddittorio, non crede?

Assolutamente contraddittorio e pericoloso; soprattutto per i paesi del Sud Europa. La transizione a un modello economico molto diverso da quello che conosciamo, quello basato sulle Pmi locali che così saranno spazzate via, sarà fatto a spese di centinaia di migliaia di famiglie che perderanno il lavoro.

Ma non è che sta facendo una battaglia di retroguardia protezionista nella lotta all’apertura, sia criticando il Ttip, sia opponendosi al Mes?

La verità è che non c’è un’area economica più liberale e più virtuosa dell’Europa in questo momento, da tutti i punti di vista. Basti guardare ai protocolli di sicurezza, di rispetto dell’ambiente e il livello di apertura nei confronti delle altre nazioni, nessuno è a livello europeo. Parlare di un ritorno al protezionismo è improprio, forse dovremmo dire, rispetto a blocchi economici così potenti e poco leali rispetto a noi, che sarebbe il caso di svegliarsi un attimo e ripensare a proteggersi. Non è una questione di protezionismo tout-court, ma di difesa.