Savona: deficit Francia non è più sostenibile del nostro

3 Ottobre 2018, di Alberto Battaglia

Il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, è intervenuto con forza nel dibattito che in questi giorni ha visto contrapposti i rapporti deficit/Pil previsti dai governi francese e italiano, rispettivamente del 2,8 e del 2,4%. Secondo Savona l’idea che la Francia possa permettersi più dell’Italia un disavanzo consistente, in virtù del minore debito pubblico sul Pil non sarebbe supportato dalla logica macroeconomica.
Savona ricorda, infatti, che la Francia ha un livello dei prezzi superiore ai target Bce e, a differenza dell’Italia, si trova in deficit corrente con l’estero (in sostanza, importa più merci, servizi e redditi di quanti non ne esporti). In queste condizioni, da manuale, sarebbe opportuna una maggiore prudenza nella spesa pubblica. Così Savona, che ha firmato il suo intervento su MF:

“La Francia ha un doppio (twin) deficit, di bilancia estera e pubblica, accompagnato da un aumento dei prezzi al consumo che ha recentemente superato il tetto stabilito dalla Bce. Unica nei principali paesi dell’euroarea, il suo disavanzo estero di parte corrente è dell’1,1% del Pil, seguita solo dalla Grecia con il con l’1,2%. Vive cioè al di sopra delle proprie risorse. Il suo deficit di bilancio pubblico è del 2,4%, a livello di quello preventivato per il 2019 dall’Italia, attualmente al 2%. Questa condizione richiederebbe una stretta fiscale, ma il saggio di crescita reale della Francia è nell’ordine dell’1,7%, (…) ha dovuto pertanto scegliere se procedere nella direzione della stretta fiscale o puntare alla ripresa produttiva”.

Sul fronte dei conti con l’estero l’Italia è, invece, in una posizione di maggiore forza rispetto alla Francia e avrebbe, secondo Savona, più spazio per fare leva sui consumi interni incrementando il reddito disponibile:

“L’Italia ha invece un avanzo di parte corrente sull’estero del 2,5%, vive cioè al di sotto delle sue risorse, e ha un 2% per cento di deficit pubblico. La concezione più elementare di politica economica suggerisce di espandere la domanda interna; secondo i canoni più classici anche “scavando fosse o costruendo piramidi”. Intende invece affrontare la sua crisi di crescita, attualmente la più bassa dei principali paesi dell’eurozona, puntando a un mix tra investimenti, per stimolare la crescita, e spese correnti per combattere, in particolare, la povertà e la disoccupazione giovanile”.

Il ministro, poi, non ha nascosto che la fine de Qe e il generale rallentamento dell’economia europea porrà i governi di fronte a scelte importanti. Ma anziché ripensare il modello economico, “la reazione consueta [è] che non si deve toccare il pilota automatico dei parametri fiscali “convenuti”, qualsiasi cosa accada. [Occorre considerare] gli effetti causati da un avanzo di bilancia corrente estera dell’euroarea pari a 476,8 miliardi di dollari, di cui 320,6 della sola Germania, superiore all’analogo disavanzo degli Stati Uniti. I gruppi dirigenti di un’Europa che ha bisogno di crescere per il bene dei suoi cittadini e della sua stessa esistenza, e accetta una siffatta condizione, devono spiegare perché non si mettono seriamente a discutere del suo futuro”.