Sacralità “made in Italy” è la nostra rovina?

7 Giugno 2016, di Alberto Battaglia

L’italiano è ossessionato dalla buona cucina, forse anche perché la densità delle tradizioni gastronomiche nel nostro Paese ha una concentrazione con pochi eguali. Nessun italiano scambierebbe la pizza napoletana con l’equivalente multinazionale offerto da Domino’s o da Pizza Hut, pochi sarebbero veramente più felici con uno Starbuck’s sotto casa, rispetto a una qualunque fra le migliaia di ottime caffetterie indipendenti sparse per la Penisola. Eppure, osserva questa settimana l’Economist, sono queste grandi catene ad aver trasformato in un business miliardario le tradizioni nate in Italia.

Secondo la rivista britannica la reazione del nostro Paese alla globalizzazione anziché direzionarsi verso l’apertura, è andata verso la protezione delle proprie eccellenze attraverso le rigide denominazioni protette riconosciute dall’Europa. Il marchio Igp caratterizza 924 prodotti alimentari italiani, contro i 754 della Francia o i 361 della Spagna, ricorda l’Economist. E’ perché siamo più ricchi di patrimonio enogatronomico, o perché semplicemente più protezionisti? Il newspaper opta decisamente per la seconda risposta, collegando i rigidi dettami che tutelano le nostre eccellenze alle difficoltà che le imprese nostrane sperimentano nel crescere ed allargare i propri orizzonti. Anche se c’è qualche eccezione. Spesso attaccato dalla Coldietti per aver messo in piedi una produzione “delocalizzata” di parmigiano, Roberto Brazzale, che produce latte in Repubblica Ceca, è visto come un modello dal newspaper britannico. Il suo “Gran Moravia” si distingue a fatica dal grana vero e proprio, scrive la rivista, ma costa meno. In fondo se un prodotto mantiene le stesse caratteristiche dell’originale perché non dovrebbe chiamarsi col suo nome? E irregimentare l’origine dei prodotti ostacola le specialità del nostro Paese verso la dimensione globale?

Sono domande destinate a toccare sentimenti profondamente radicati in Italia. Del resto il successo internazionale è spesso conquistato da rivali qualitativamente mediocri. Inoltre, la grande distribuzione di colossi come Carrefour non può essere messa al confronto di realtà più piccole come Eataly, che pur promettono di diffondere la qualità italiana nel mondo. Descrivere nei minimi dettagli come dev’essere preparata una vera pizza napoletana, secondo l’Economist è “dogmatismo culinario”. Lo si può chiamare protezionismo, come rimprovera la rivista britannica, valorizzazione del prodotto, oppure la somma delle due cose.