Rivolte sociali, la prossima primavera sarà in Asia

7 Febbraio 2014, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Uno degli aspetti più interessanti della primavera araba è che ha in gran parte risparmiato le monarchie del Golfo. Bahrein e Giordania, ad esempio, anche se hanno dovuto fare i conti con una certa inquietudine non hanno affrontato il vero nucleo delle proteste avvenuto nelle repubbliche arabe. In confronto, le monarchie della regione, molte delle quali si trovano nel Golfo Persico, sono state “risparmiate” dai disordini.

Eppure, secondo The Diplomat, il fatto che siano state in grado di resistere alla primavera araba non significa necessariamente che siano stabili. In realtà, sono in molti a temere che, ad esempio, la violenza in Siria destabilizzerà monarchie come la Giordania, così come ha già destabilizzato paesi come il Libano e l’Iraq.

Anche se questa possibilità non può essere esclusa, il Golfo Persico e le altre monarchie arabe di fronte a una minaccia molto grave per la loro stabilità, come potrebbero risultare i rallentamenti economici in Asia in generale, Cina e India in particolare, potrebbero benissimo accendere una seconda primavera araba, non risparmiando, questa volta, le monarchie.

Negli ultimi decenni va anche sottolineato come vi sia stato uno spostamento del potere economico dall’Europa-Nord America verso la regione Asia-Pacifico. Nel giro di pochi anni l’Asia ha superato l’Occidente come il più grande partner commerciale della regione.

Molto è dipeso dal petrolio, ma se si prendono i sei paesi che compongono il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC ) si nota che l’Asia costituisce non meno del 57% del commercio totale del GCC. Questa cifra continuerà ad aumentare notevolmente nei prossimi anni, secondo l’ Agenzia internazionale dell’energia entro il 2035 le nazioni asiatiche acquisteranno il 90% delle esportazioni di petrolio del Golfo Persico.

L’economica della Cina nei prossimi anni sarà quindi cruciale per la stabilità del Medio Oriente. Non solo perché acquisterà direttamente la percentuale maggiore di petrolio del Golfo Persico, rispetto ad altre nazioni asiatiche, ma anche perché sarà il primo partner commerciale di molti di questi stati. Di conseguenza, un calo significativo per l’economia cinese risulterebbe negativo per le economie di altri importanti consumatori di petrolio del Medio Oriente come il Giappone e la Corea del Sud, riducendo ulteriormente la domanda di petrolio.