Ritorno al futuro… dal mondo della finanza

17 Gennaio 2018, di Luciano Martinoli

Vi è stata un’epoca, nel secolo scorso, dove tutte le aziende, grandi e piccole, erano innanzitutto dei “buoni cittadini”. Esse infatti fornivano stipendi adeguati e supporti aggiuntivi ai loro dipendenti (integrazioni dei piani pensionistici e sanitari, borse di studio e luoghi di svago, le “colonie”, per i loro figli, ecc.), realizzavano investimenti negli impianti e per la crescita dei dipendenti, pagavano le tasse nei paesi in cui operavano, contribuivano al benessere dei loro clienti e dello sviluppo complessivo con i loro prodotti e servizi, senza dimenticare di far contenti anche, e non solo, i loro azionisti.

A guardare i comportamenti della grandi aziende globali, e non solo loro, sorge spontanea una domanda: quell’epoca è definitivamente scomparsa, sacrificata sull’altare del valore per gli azionisti?

A giudicare dal tono del capo del più grande asset manager esistente al mondo nella sua lettera annuale ai CEO di tutte le più grandi aziende del mondo, sembra invece che, proprio per tutelare gli interessi finanziari di lungo termine, debba essere riproposta. Il taglio scelto da Larry Fink è più vicino alla “politica” che alla finanza, dimostrando in tal modo che anche la finanza ha le sue responsabilità pubbliche.

Vediamone i principali passaggi.

Un più ampio ruolo delle aziende

Recentemente, scrive Fink di Blackrock, si è assistito ad un paradosso di “elevati ritorni ed elevata ansia“, riassumendo, con questa battuta, l’annoso tema della crescente diseguaglianza sociale, preoccupazione di tutti. Infatti pochi si sono arricchiti tantissimo ma la maggior parte dei lavoratori fatica ancora ad assicurarsi uno stipendio decente che gli permetta di risparmiare per il proprio futuro (una pensione migliore, gli studi dei figli, l’acquisto di una casa). A fronte di questo si assiste ad una incapacità dei governi di far fronte a tali legittime richieste e, da qui, la società si rivolge sempre di più al settore privato e chiede alle aziende di “rispondere a più ampie sfide societali“. Infatti

le aspettative pubbliche della vostra azienda non sono mai state così grandi. Per prosperare nel tempo ogni azienda non deve solo erogare prestazioni finanziarie ma mostrare anche come fornisce un contributo positivo alla società. Le aziende devono fornire benefici a tutti gli stakeholder , inclusi gli azionisti, i dipendenti, i clienti e le comunità in cui operano.”

e continua

Senza un senso di scopo, nessun’azienda, nè pubblica nè privata, può raggiungere il suo pieno potenziale. Alla fine dai stakeholder principali perderà la licenza ad operare.”

Da queste parole emergono due importanti considerazioni. La prima è che la richiesta d’impegno per la comunità è ben più ampia dell’attenzione alle tematiche ESG (Environment, Social, Governance) che va così oggi di moda presso una platea sempre più ampia di investitori. Anzi, diciamola tutta, quest’ultima appare proprio asfittica e riduttiva.

La seconda è che questo impegno non è un dazio pagato al sociale per “farsi perdonare” il modo di fare business, o peggio una foglia di fico per far contento qualche analista ed entrare in qualche indice specializzato. Al contrario, esso è linfa vitale per la prosperità nel lungo termine del business stesso, dunque va correlato agli affari dell’azienda e non considerato una gentile e liberale concessione sganciata da essi, come spesso viene trattato oggi.

Un nuovo modello per la Corporate Governance

Da questo nuovo scenario tracciato per le aziende, discendono nuove regole di governo per le stesse. In prima battuta vi è la dichiarazione di un sempre maggior impegno a “investire tempo e risorse necessarie per promuovere il valore di lungo termine“. E’ una dichiarazione importante che mette in luce la necessità di “rafforzare e approfondire la comunicazione tra gli azionisti e l’azienda che posseggono” attraverso “conversazioni durante tutto l’anno” per migliorare il valore a lungo termini, e non solo in occasione delle assemblee o di presentazione di risultati.

Anche qui una nota di commento. Il nuovo scenario non consente spazi per fare finanza attraverso “deleghe di giudizio”. La “nuova finanza” se vuole davvero supportarlo deve dotarsi di capacità autonome di comprensione del sottostante e non delegare questa importantissima funzione a quelle agenzie di rating sempre più chiacchierate il cui operato sconfina in alcuni casi nel ridicolo dimostrando come la loro autonomia sia solo retorica (a tal proposito consiglio la lettura dell’articolo del Sole 24 Ore di Morya Longo sul tema: l’agenzia di rating cinese Dagong che declassa il debito americano e quella di rating americana Moody’s che fa lo stesso con quello cinese!).

Segue, nella lettera, un invito forte e chiaro indirizzato alle aziende

Dovete essere in grado di descrivere la vostra strategia per la crescita a lungo termine” e “…articolare pubblicamente l’impianto strategico dell’impresa per la creazione del valore a lungo termine“.

Quindi l’invito ad una corporate governance che sia project -sensitive-and-driven, basata sugli intenti strategici invocati e non project-free, ossia indipendente dai suoi scopi a lungo termine (come se l’impresa fosse una montagna che sta lì da sempre e per sempre ci sarà e che, in un modo o in un altro, farà sempre soldi).

Dunque un invito, forte e chiaro, a riposizionare il ruolo dell’azienda al centro dello sviluppo globale, e non solo economico-finanziario, della nostra società.

L’auspicio è che questi richiami vengano recepiti dalle aziende e si trasformino in un nuovo modo di intendere l’azione dell’impresa. Ne seguirà che, per poter passare alla loro “messa a terra”, vi sarà la necessità di strumenti più innovativi e più sofisticati, insieme a processi di loro utilizzo, di quelli oggi disponibili.

La strada è segnata, quali e quanti dei nostri “campioni” di impresa la percorreranno?