Rendimenti record sui buoni fruttiferi ma Poste non pagano

28 Settembre 2016, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Chi possiede i buoni fruttiferi della serie M,N, O, P, emessi tra il 1974 e il 1986, ha in tasca biglietti della lotteria vincenti visto che i rendimenti sono da record. Il problema è che le Poste e la Cassa Deposti e prestiti, sono disposti a liquidarne solo metà importo.

Un problema che è venuto alla luce ad ottobre scorso quando il tribunale di Savona ha dato ragione ad un uomo che nel 1983 aveva investito un milione delle vecchie lire in un buono fruttifero delle Poste che ora ha raggiunto il rendimento di 16mila euro, ma le Poste Italiane si sono dichiarate disposte a pagarne solo la metà, 8mila. Da qui il ricorso in appello. Dalle stesse Poste ammettono che tali buoni fruttiferi sono i più remunerativi mai venduti da un ente pubblico.

“Sono i titoli di risparmio più remunerativi mai venduti da un ente pubblico, con tassi demenziali già per i tempi, basati su previsioni sull’andamento dell’inflazione anno per anno che si sono rivelate semplicemente sbagliate”.

Il pasticcio è nato nel 1 luglio 1986 quando il governo ha adeguato i rendimenti dei buoni all’inflazione che dal 16% del 1976 era scesa in dieci anni al 6%. Il riferimento è al decreto ministeriale 148, noto anche come decreto “Gava-Goria” per cui tutti i buoni emessi dopo il 1 luglio 1986 – serie Q e successive – producono rendimenti dimezzati rispetto a prima, una mannaia che si è applicata anche retroattivamente sui buoni emessi dal 1974 in poi. Chi ha buoni trentennali emessi tra il ‘74 e il ‘75 non può più incassarli, visto che erano pagabili entro 10 anni dalla scadenza. Chi invece possiede buoni emessi tra il 1976 e il luglio 1986 può ancora recarsi ad un ufficio postale e chiederne il saldo.

Il problema è proprio qui: all’atto della richiesta, le Poste erogano metà dell’importo. Da qui il ricorso di numerose associazioni dei consumatori ai tribunali di tutta Italia. Ma le stesse Poste minacciano:

“Consigliamo ai risparmiatori di non spendere gli importi che il giudice di primo grado dovesse riconoscere loro, visto che in ogni caso faremo ricorso in appello e potrebbero essere costretti a restituirceli”.

 

Fonte: Repubblica