Pressione fiscale aumenterà nel 2019: quanto e perché

21 Marzo 2019, di Alberto Battaglia

La pressione fiscale aumenterà di quattro decimali nel 2019, al 42,2%. Questo dato, attestato dalle stime del Ufficio parlamentare di bilancio, testimoniano che il rapporto fra Pil e gettito fiscale sarà destinato a favorire il peso della seconda componente.

Nel corso degli ultimi anni, a partire dal 2014, la pressione fiscale era tornata a scendere, dopo lo choc fiscale (negativo) del governo Monti. Nel contratto di governo giallo verde è stabilito l’impegno a ridurre le tasse. Promessa ribaltata? Sì e no, perché il concetto di pressione fiscale è meno intuitivo di quello che sembra.

È importante chiarire quali saranno le componenti del gettito aggiuntivo del 2019, previste dall’Upb. Non tutte le voci, infatti hanno a che vedere con l’introduzione di nuove tasse, in quanto il rapporto Pil/entrate erariali viene influenzato anche da misure non ricorrenti come la lotta all’evasione e i condoni come la Pace fiscale. Altre tasse introdotte, come la web tax e i maggiori prelievi dai giochi d’azzardo, sono in linea con la politica dei partiti di governo.

Per la precisione, nel 2019 le entrate aggiuntive (escluse le clausole di salvaguardia) saranno pari a 8.528 milioni. Cosa c’è dentro questa cifra? Chi pagherà il conto di questa maggior pressione fiscale? Qualche esempio: 337 milioni aggiuntivi arriveranno dall’obbligo di fatturazione elettronica, che renderà la vita più difficile agli evasori. Dalla “Pace fiscale”, invece, è previsto il recupero di 680 milioni.

Anche se si tratta di un condono, e quindi di uno sconto, esso aumenta il gettito immediato e di conseguenza anche la pressione fiscale relativa al 2019. Non mancano le già citate tasse sui vizi: 768 milioni in più saranno raccolti dal gioco d’azzardo, 135 milioni dai tabacchi.

Imprese pagheranno 2,2 miliardi in più di tasse

Il grosso delle entrate arriva, però, dall’Abrogazione del regime opzionale dell’imposta sul reddito d’impresa: 1.986 milioni; e l’abolizione dell’Ace (aiuto allo sviluppo economico) 228 milioni. Anche al netto dell’introduzione della tassazione agevolata degli utili reinvestiti nel 2019, le imprese pagheranno 2,2 miliardi in più di tasse.

In generale il problema ravvisato dall’Upb non è l’aumento della pressione fiscale, ma la natura delle coperture: “Si sottolinea la presenza di entrate di tipo una tantum e di misure con impatti limitati nel tempo. Tra le prime si ricordano gli interventi di contrasto all’evasione e di condono, e quelli di rideterminazione dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni [che valgono altri 832 milioni]. Le seconde riguardano in particolare l’applicazione dei nuovi principi contabili per la svalutazione crediti delle banche [1.170 milioni]”.

In sintesi, a pagare saranno soprattutto le imprese, seguite (con provvedimenti una tantum) da banche e assicurazioni.

Del resto, che aumenti la pressione fiscale, in un contesto di finanza pubblica in cui aumentano le spese, è fisiologico. In particolare, lo è in un contesto nel quale il deficit è costantemente sotto il controllo dei trattati europei, con pareggio di bilancio ormai inserito in Costituzione.

Non stupisce, infatti, che i Paesi con i maggiori livelli di spesa pubblica sul Pil siano gli stessi con la maggior pressione fiscale. Ecco i nomi. I Paesi europei che presentano i maggiori livelli di spesa pubblica sul Pil sono, nell’ordine, Finlandia, Francia, Danimarca e Belgio. Gli stessi Paesi sono nelle prime sei posizioni fra i Paesi Ocse con la maggior pressione fiscale (dati 2017).

Il vero punto critico, in conclusione, è che misure strutturali come il reddito di cittadinanza sono state finanziate da “fuochi di paglia” come la Pace fiscale. Questo approccio rinvia a un futuro assai prossimo il reperimento di coperture stabili per le misure di lungo periodo.