Pil, Italia terrà conto anche del “benessere equo e sostenibile”

25 Aprile 2017, di Daniele Chicca

Con la legge di riforma del bilancio statale l’Italia ha introdotto nel ciclo di programmazione economica e del budget anche “gli indicatori di benessere equo e sostenibile“. Si tratta, come riferisce l’Istat, di indicatori che permettono di unire nella valutazione delle politiche pubbliche da attuare anche dimensioni del benessere del cittadino alle informazioni strettamente economiche

Con il compito di selezionare e definire gli indicatori BES da collegare alla legge di Bilancio, è stato istituito, presso l’stat il “Comitato per gli indicatori di benessere equo e sostenibile”, presieduto dal Ministro dell’Economia e composto dal Presidente dell’ISTAT, dal Governatore della Banca d’Italia e da “due esperti della materia di comprovata esperienza scientifica“.

È un’innovazione controversa almeno quanto importante. La task force del governo ha indicato per esempio “in via sperimentale” quattro elementi che comporranno l’indice: il reddito medio disponibile aggiustato (depurato dall’inflazione) pro capite, l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, il tasso di mancata partecipazione al lavoro e le emissioni di CO2 e altri gas “clima alteranti”.

È molto critico il blogger Mario Seminerio, investment manager e commentatore economico di idee liberiste, secondo il quale si tratta di misure insufficienti, indicatori “molto grezzi ed embrionali della misurazione di un effettivo benessere equo e sostenibile, non privi di criticità e bias ideologici. Ad esempio, perché considerare ‘iniqua ed insostenibile’ la diseguaglianza rilevata nei termini prescelti e non focalizzarsi invece su misure di povertà?”.

Il Documento di Economia e Finanza del 2017, precisa l’Istat, comprende anche l’allegato “Il Benessere equo e sostenibile nel processo decisionale”, nel quale sono riportati i dati forniti dall’ufficio di statistica sull’andamento, nell’ultimo triennio, dei quattro indicatori sopra citati e le previsioni sulla loro evoluzione fino al 2020, elaborate dal ministero del Tesoro.

Il sospetto però, continua Seminerio sul suo blog Phastidio, “è che da più parti si utilizzi il concetto di benessere equo e sostenibile in modo autonomo e isolato da ciò che ne è imprescindibile presupposto: la crescita del Pil, che fornisce i mezzi per attuare politiche redistributive, di welfare, sanità, istruzione”.

In un paese con un’attività economica anemica da 20 anni, “il concetto di BES rischia così di divenire il cavallo di Troia ideologico della decrescita assai poco felice, in un paese in declino conclamato e che avrebbe bisogno di redistribuire ricchezza e non l’impoverimento che spesso pare caparbiamente perseguito come reazione “difensiva” agli anni della crisi ed a quelli della stagnazione“.