Petrolio, bagno di sangue nel 2015. Da Opec strategia kamikaze?

30 Dicembre 2015, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Prezzi del petrolio in caduta libera, con i futures sul contratto WTI scambiati a New York che hanno ceduto oltre -3%, scontando sia l’aumento delle scorte negli Stati Uniti che le dichiarazioni arrivate dall’Arabia Saudita. Il Brent precipita di nuovo sui valori minimi in 11 anni e gli analisti rimangono pessimisti anche sul 2016.

Per Tim Evans di Citigroup, i prezzi saranno soggetti a ulteriori pressioni al ribasso, almeno nel primo semestre dell’anno nuovo.

“Siamo in presenza di un surplus tra la domanda e l’offerta di petrolio. Tale situazione si riflette nei prezzi…che saranno più bassi per un periodo di tempo più lungo” .

Evans fa notare come il livello di produzione dell’Opec sia a livelli “ben superiori rispetto a quelli dello scorso anno” e che l’Arabia Saudita, per esempio – maggior produttore tra i paesi Opec – nel mese di novembre ha offerto petrolio crude in quantità +7% superiore rispetto a quella di un anno fa, compensando il più debole tasso di crescita dell’offerta Usa.

Nelle ultime ore, altre notizie hanno contribuito al tonfo dei prezzi del petrolio. Focus sulle dichiarazioni rilasciate dal ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, Ali al-Naimi che, stando al Wall Street Journal, ha detto chiaramente alla stampa che:

“Noi continueremo a soddisfare la domanda dei nostri clienti. Non limiteremo più la produzione. Se ci sarà la domanda, risponderemo. Abbiamo la capacità di rispondere alla domanda”.

Nessuna intenzione di tagliare l’output, insomma, dall’Arabia Saudita, nonostante il deficit record di 367 miliardi di riyals (l’equivalente di $97,9 miliardi), nel 2015, stando ai dati resi noti lunedì dal Consiglio degli Affari economici e di sviluppo.

In un’intervista rilasciata a Cnbc, Robert Rapier, responsabile strategist per gli investimenti di “Investing Daily”, non ha avuto remore a definire la strategia dell’Opec un “errore colossale”, che è costato al cartello qualcosa come $500 miliardi, stando alle stime.

“E se continuano con questa strategia, probabilmente subiranno un altro costo di $500 miliardi il prossimo anno”.

La strategia dell’Opec punta a mettere fuori gioco paesi come gli Stati Uniti, che sostengono costi molto più alti per l’estrazione di fonti di energia – come nel caso del gas di scisto – e che dunque versano in una condizione di svantaggio in caso di prezzi bassi.

Ma notizie poco confortanti sulle dinamiche della domanda e dell’offerta di petrolio arrivano anche dagli Usa, con la pubblicazione dei dati relativi alle scorte settimanali.

In particolare l’API- l’American Petroleum Institute – ha reso noto che la scorsa settimana le scorte sono salite di 2,9 milioni di barili, più di quanto atteso in media dagli analisti intervistati da Bloomberg (+2,5 milioni di barili). Le scorte viaggiano a un livello superiore di 120 milioni di barili rispetto alla media stagionale degli ultimi cinque anni, come riassunto dal grafico di cui sotto, di Bloomberg.

Tonfo dei prezzi del petrolio anche sulla scia dei numeri comunicati dal dipartimento di Energia Usa, che ha reso noto che la scorsa settimana, le scorte sono aumentate di 2,63 milioni di barili (confermando dunque il dato dell’API). Il dato è preoccupante in quanto dicembre è normalmente il mese in cui si verifica il maggior ritiro di scorte, con le società energetiche che cercano di minimizzare il carico fiscale di fine anno.

Sempre l’API, nelle ultime ore, ha reso noto che le scorte crude di Cushing, in Oklahoma, sono balzate al record di 63 milioni di barili.

Per i prezzi del petrolio, si chiude un altro anno di forti ribassi con i prezzi del contratto WTI scambiato sul Nymex di New York che hanno ceduto nel 2015 -31%: per il WTI il calo dei due anni è il più forte della sua storia.

Il Brent scambiato sul mercato di Londra ICE Futures Europe ha perso nel 2015 -36%.  Stando a quanto riporta Bloomberg, il Brent scambia a un valore a premio rispetto al WTI di sei centesimi circa.

Le tensioni geopolitiche non sembrano aver voce in capitolo nella dinamica dei prezzi, causa l’enorme quantità di petrolio in giro per il mondo.

Non solo l’Opec sta producendo infatti attorno ai livelli record – negli ultimi 18 mesi ha offerto più di 30 milioni di barili al giorno -. Secondo i dati del dipartimento di Energia Usa, la produzione di petrolio degli Stati Uniti è quasi invariata rispetto al 2014, dopo essersi avvicinata al massimo in quasi trenta anni a giugno, mentre aumenta anche l’offerta di petrolio dalla Russia e dal Mare del Nord.