Pensioni: busta arancione in ritardo di vent’anni. Quali i danni causati

15 Gennaio 2020, di Alessandra Caparello

Se ne sente spesso parlare ma in pochi l’hanno vista realmente. Parliamo della busta arancione dell’Inps. E’ stata la riforma Dini (Legge 8 agosto 1995, n. 335) a prevedere nel nostro sistema previdenziale il passaggio dal metodo di calcolo retributivo a quello contributivo.

Pensioni: cosa ha previsto la riforma Dini

In precedenza l’importo della pensione era calcolato sommando una percentuale dell’ultimo stipendio (il 2%) per ogni anno di contributi. Con il metodo contributivo invece valgono solo i contributi versati dal lavoratore per calcolare la rendita mensile.

Ma la riforma Dini non si ferma qua e ha previsto anche l’introduzione di “un estratto conto che indichi le contribuzioni effettuate, la progressione del montante contributivo e le notizie sulla propria posizione assicurativa”. Trattasi in sostanza della famosa busta arancione dell’Inps che a conti fatti è arrivata nelle case degli italiani, e non tutti, circa vent’anni dopo la riforma Dini.

Ma cos’è questa busta arancione?

Sul sito dell’Inps, nel 2017 è stato reso disponibile un servizio denominato “La mia pensione futura”, che permette di simulare quale sarà presumibilmente la pensione al termine dell’attività lavorativa.

Il calcolo si basa sulla normativa in vigore e su tre elementi fondamentali: età, storia lavorativa e retribuzione/reddito. Così i lavoratori con contribuzione versata al Fondo pensioni lavoratori dipendenti, quelli con contribuzione versata alla Gestione Separata, gli iscritti alla Gestione Dirigenti di aziende industriali e i lavoratori con contribuzione versata agli altri fondi e gestioni amministrate dall’INPS, accedendo con il proprio PIN potranno vedere che cosa succede sulle loro pensioni future se cambia qualcosa nella loro carriera lavorativa. Se ad esempio, hanno dei periodi di disoccupazione, oppure cambia il loro profilo retributivo, hanno un aumento del loro salario. E potranno vedere quando potranno andare in pensione.

Tutti coloro che non si sono registrati sul sito dell’Istituto nazionale di previdenza sociale ricevono la “Busta Arancione”, il prospetto cartaceo della propria posizione previdenziale e le simulazioni dell’assegno futuro, presso il loro domicilio.

Busta arancione: quanti l’hanno ricevuta

Ma quanti hanno ricevuto davvero la busta arancione o hanno fatto le simulazione sul sito Inps? Le prime 150 mila buste arancioni sono state spedite dall’Inps ad altrettanti contribuenti nella primavera del 2016. Secondo i dati dell’istituto aggiornati a settembre 2018, in Italia sono 20 milioni i lavoratori privati dotati di Pin di cui 2 milioni coloro che hanno utilizzato il simulatore.

Sei milioni invece gli italiani senza pin, di cui solo 1,5 milioni hanno ricevuto la busta arancione. A conti fatti rimangono 18 milioni di italiani non coinvolti e non attivi nella simulazione della loro pensione.

Un dato che dimostra come oggi esiste un vuoto informativo molto grande.

Ricerca Ania-Gfk: cosa è andato storto con la busta arancione

Soprattutto le giovani generazioni  dovrebbero integrare maggiormente con un piano di previdenza complementare la futura pensione pubblica che si annuncia più modesta di quella attuale ma, innanzitutto, dovrebbero conoscere meglio ciò che li aspetta per prepararsi in tempo. Così emerge dall’indagine effettuata da Ania e Gfk sulla “sensibilità al tema previdenziale”.

“Dalla ricerca emerge una conclusione chiara: l’invio della Busta arancione o la simulazione dei futuri trattamenti pensionistici fatta nel sito web dell’Inps hanno avuto un impatto micidiale nell’acquisizione di una migliore informazione sul futuro previdenziale degli italiani”.

Così afferma l’economista Luigi Guiso che sottolinea una conclusione della ricerca su cui riflettere.

“Le risposte ai questionari segnalano la mancanza di un’istituzione credibile per fornire consulenza sui temi previdenziali. Neppure l’Inps è considerato un soggetto al quale la gente pensa di rivolgersi per avere informazioni e consigli”.

Oltre a ciò, dalla ricerca emerge come sia estesa l’area di cittadini ancora poco informati. Il sondaggio Ania-Gfk in sostanza mostra un livello ancora elevato di analfabetismo previdenziale.

Il fatto di non aver condotto fin dall’inizio una seria campagna informativa ha fatto sì che molti contribuenti non abbiano attivato per tempo piani di risparmio previdenziale quando erano nelle condizioni migliori per farlo, in uno scenario economico del paese non ancora toccato dalla crisi di questi ultimi anni.

Dalla riforma Dini (1995) all’invio delle prime buste arancioni (2016) sono passati oltre venti anni. Perché allora si è aspettato tanto si chiede la ricerca?

È un tempo che avrebbe potuto essere utilizzato meglio per rendere le famiglie italiane più consapevoli della necessità di un risparmio mirato. Tra l’altro, una maggiore tempestività avrebbe permesso di avviare la campagna di sensibilizzazione quando le condizioni economiche del paese erano migliori e maggiore era la propensione al risparmio delle famiglie. 

 

Per ulteriori approfondimenti si rinvia al Dossier “Attenti alla pensione” pubblicato sul magazine Wall Street Italia di dicembre