Paradosso Italia: indietro nell’istruzione, crescono dipendenti sovraqualificati

7 Settembre 2020, di Mariangela Tessa

È uno dei tanti paradossi del sistema industriale italiano. Nonostante la disoccupazione giovanile sia alta, il livello di istruzione ancora ben al di sotto degli standard europei e l’abbandono scolastico rimanga sostenuto, sono oltre 5.800.000 gli occupati sovraistruiti presenti in Italia.

A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Ci riferiamo ai diplomati e ai laureati che svolgono una professione per la quale il titolo di studio maggiormente richiesto è inferiore a quello posseduto. Nel 2019 erano poco meno del 25 per cento del totale degli occupati e la loro incidenza è in costante aumento: negli ultimi 10 anni, infatti, i dati assoluti dei sovraistruiti in Italia sono cresciuti di quasi il 30 per cento.

Se, inoltre, calcoliamo la percentuale solo sugli occupati che possiedono un diploma di scuola media superiore o una laurea, l’anno scorso l’incidenza degli sovraistruiti è salita al 40 per cento.

La sovraistruzione riduce la produttività del lavoro

“L’incremento degli sovraistruiti è in massima parte dovuto alla mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste dalle aziende e quelle possedute dai candidati. Non va nemmeno dimenticato che grazie al ricambio generazionale registrato in questi anni sono usciti dal mercato del lavoro tanti over 60 con livelli di istruzione bassi che sono stati rimpiazzati da giovani diplomati o laureati senza alcuna esperienza professionale alle spalle. Tuttavia, la sovraistruzione non va sottovalutata, perché molto spesso attiva meccanismi di demotivazione e di scoramento che condizionano negativamente il livello di produttività del lavoratore interessato e conseguentemente dell’azienda in cui è occupato. Il clima di sconforto che si viene a creare può innescare delle situazioni di malessere che diffondendosi tra i colleghi può addirittura interessare interi settori o reparti produttivi, con ricadute molto negative per la vita dell’azienda” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

Per combattere la sovraistruzione, fanno sapere dalla CGIA, bisogna assolutamente ridurre lo scollamento tra domanda e offerta di lavoro, cercando di far collimare sempre più le esigenze aziendali con le specificità e l’autonomia del mondo della scuola.

Siamo comunque i meno scolarizzati d’Europa

Sebbene nel nostro Paese il problema della sovraistruzione sia in costante ascesa, paradossalmente continuiamo ad essere tra i meno scolarizzati d’Europa.

“L’anno scorso la quota di popolazione italiana tra i 25 e i 64 anni in possesso di almeno un titolo di studio secondario superiore era del 62,2 per cento, un dato decisamente inferiore a quello medio dell’Unione europea a 28, pari al 78,8 per cento e a quello di alcuni tra i nostri principali competitor. Segnalo, infatti, che la Francia registrava l’80,4, il Regno Unito l’81,1 e la Germania l’86,6 per cento. Non meno ampio è il divario per quanto riguarda la percentuale di coloro che hanno conseguito un titolo di studio terziario sempre nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni. Se nel 2019 in Italia la soglia era del 19,6 per cento, la media europea si è attestata al 33,2. Si segnala come la quota di laureati italiani tra i 25-34enni nelle discipline STEM1 sia simile alla media dei 22 paesi dell’Unione europea membri dell’OCSE. Tuttavia, si denota un forte divario di genere. Se per la componente maschile lo scarto è di 6 punti con la media UE, l’incidenza delle laureate italiane nelle discipline tecniche è invece superiore al dato medio europeo” denuncia il segretario Renato Mason.

Il ruolo centrale delle Pmi

Secondo la CGIA il ruolo delle Pmi permetterebbe di arginare la diffusione del fenomeno. Sebbene non ci siano dati che ci consentono di misurare con puntualità il livello di sovraistruzione per dimensioni di impresa, l’esperienza quotidiana ci insegna che il ruolo delle maestranze presenti nelle piccole imprese è centrale rispetto a coloro  che lavorano nelle aziende di maggiori dimensioni.

Nelle Pmi, infatti, oltre a disporre delle conoscenze formali apprese durante l’esperienza scolastica, prevalentemente di natura tecnico/professionale, i dipendenti, grazie alle mansioni “allargate” che praticano in queste piccole realtà produttive, dispongono di conoscenze operative ed esperenziali più estese e complesse di coloro che, invece, esercitano la propria attività lavorativa in maniera definita e in ambiti molto ristretti. Così come spesso succede per chi è impiegato in una impresa di grandi dimensioni.

E’ il Centro la macro area più interessata d’Italia

A livello territoriale la regione più “investita” dal fenomeno è l’Umbria che l’anno scorso registrava il 33 per cento dei sovraistruiti sul totale degli occupati. Seguono l’Abruzzo (30,3 per cento), la Basilicata (29,4 per cento), il Molise (27,8 per cento) e il Lazio (27,2 per cento). In coda alla graduatoria scorgiamo il Piemonte (22,2 per cento), la Lombardia (21,7 per cento) e il Trentino Alto Adige (19,3 per cento).

Negli ultimi 10 anni la crescita più sostenuta del numero degli occupati sovraistruiti l’ha avuta il Trentino Alto Adige (+57 per cento), seguono la Sardegna (+46 per cento), e la Puglia (+45 per cento).

Tra i laureati che svolgono un lavoro per il quale il titolo di studio più richiesto è inferiore a quello posseduto le professioni più diffuse sono quelle di tecnico informatico, contabile, personale di segreteria, impiegato amministrativo.

Tra i diplomati, invece, prevalgono i lavori di barista, cameriere, muratore e camionista.

Rimane alto l’abbandono scolastico

Sebbene negli ultimi anni ci sia stata una contrazione del fenomeno, un elevato numero di giovani continua a lasciare prematuramente la scuola, anche dell’obbligo, concorrendo ad aumentare la disoccupazione giovanile, il rischio povertà ed esclusione sociale. Nel 2019 l’abbandono scolastico è stato del 13,5 per cento (per un totale  di 561 mila giovani).

Una persona che non ha un livello minimo di istruzione, infatti, è in genere destinata per tutta la vita ad un lavoro dequalificato, spesso precario e con un livello retributivo molto basso, rispetto a quello cui potrebbe aspirare, almeno potenzialmente, se possedesse un titolo di studio medio-alto.

Le cause che determinano l’abbandono scolastico sono principalmente culturali, sociali ed economiche: i ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola prima di aver completato il percorso di studi. C’è anche un fattore di genere: ad abbandonare precocemente la scuola sono più i maschi che le femmine.