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MPS svela dettagli su operazioni derivati costate $1 miliardo

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ROMA (WSI) – La banca Monte dei Paschi di Siena rivelerà oggi almeno 720 milioni di perdita per chiudere i tre prodotti strutturati costruiti tra il 2006 e il 2009 la cui reale portata negativa è venuta alla luce solo da pochi mesi ed è uno dei punti centrali dell’inchiesta giudiziaria contro i precedenti dirigenti dell’istituto.

“(L’AD Fabrizio) Viola vuole togliersi questo dente doloroso che è anche una zavorra sulla redditività e poi la partita con queste cose è chiusa”, ha detto una fonte vicina a questo dossier.

La zavorra, come spiega la fonte, potrebbe alla fine pesare anche più dei 720 milioni inizialmente indicati da Viola in una relazione al consiglio lo scorso ottobre ed emersi in una intervista a gennaio.

Il Sole 24 Ore dettaglia oggi, senza citare la fonte, che la perdita sui tre prodotti strutturati ammonta a 920 milioni; 450 milioni per il contratto Santorini, 300 milioni per Alexandria e 170 milioni per Nota Italia. Il Sole dice anche che ci sarebbero 120 milioni di costi del personale non contabilizzati per un totale da correggere superiore a un miliardo.

Una fonte della banca ha negato la correttezza di queste cifre. “Le cifre de Il Sole non sono corrette”, ha detto la fonte.

Il presidente della banca Alessandro Profumo, intervistato ieri sera su La7, non ha dato numeri ma ha garantito che questa sera sarà tutto chiarito. “Nella riunione daremo numeri molto chiari su queste operazioni. Domani sera [questa sera, ndr] avremo una totale chiarezza”, ha detto Profumo.

“Ci tengo a precisare che non stiamo parlando di un buco, ci sono delle operazioni che hanno spalmato una perdita nel tempo. Il fatto che noi domani [oggi, ndr] decideremo, se il consiglio sarà d’accordo, di rivedere il bilancio, significa che mettiamo quella perdita spalmata nel tempo nei bilanci immediatamente. Dopo di che nel tempo recupereremo questa somma”, ha aggiunto.

Numeri definitivi si conosceranno quindi solo al termine del cda che inizia alle 14,00, ma la scelta appare inevitabile se l’obiettivo dei nuovi manager è restituire redditività.

Senza questa decisione di togliere ogni scheletro dall’armadio la Banca avrebbe infatti continuato a tirar fuori dai 25 miliardi di Btp che ha in portafoglio appena 65 milioni di euro di rendimento, come accaduto nel terzo trimestre.

Alla base di questo scarso rendimento ci sono swap che hanno trasformato il beneficio di avere Btp italiani ad alto rendimento fisso in derivati di copertura a tasso variabile, remunerati all’Euribor, finito quasi a zero.

“Non ci sono più scheletri negli armadi”, assicura la fonte confermando quanto Viola va dicendo da qualche settimana e che ha detto anche in assemblea: “Non ci stiamo tenendo niente in tasca”.

Gli scheletri emersi sono “Santorini” del 2008 con Deutsche Bank, “Alexandria” ristrutturata nel 2009 con la giapponese Nomura e “Nota Italia” sempre nel 2009 con J.P. Morgan.

Certamente la banca ai tempi della direzione finanza di Gianluca Baldassarri non aveva fatto solo le tre operazioni in questione e qualche altro nome, come Patagonia o Anthracite, è già circolato.

Viola, nell’ultima assemblea di fine gennaio, ha negato che altri prodotti possano aver determinato impatti così rilevanti da cambiare di molto la situazione e ha detto che, per esempio, Patagonia “non è oggetto di indagine interna perché non a rischio”.

Le stime preliminari di perdite su questi prodotti ammontavano a circa 720 milioni di euro in attesa che gli incaricati consulenti esterni e indipendenti – PricewaterhouseCoopers ed Eidos – concludessero la revisione delle transazioni e valutassero l’impatto sui bilanci.

Oggi quelle relazioni saranno portate da Viola all’attenzine del consiglio di amministrazione guidato da Profumo.

Quando saranno chiare le reali perdite ci sarà probabilmente una revisione dei bilanci passati e questo porterà ad appesantire la già prevista perdita dei conti 2012 del Monte, che ha già chiuso i primi nove mesi in rosso per 1,66 miliardi.

Questo scandalo dei derivati ha messo la banca senese nel tritacarne mediatico della campagna elettorale – in vista del voto del 24 e 25 febbraio – dopo che alla fine dello scorso anno ha chiesto e ottenuto 3,9 miliardi di aiuti di Stato, alzando la richiesta di 500 milioni proprio per spesare in parte la cancellazione di questi prodotti finanziari.

Diverse fonti che sono vicine alla situazione hanno detto a Reuters che la banca senese sta negoziando con diversi istituti per ristrutturare o chiudere quei contratti.

Una delle fonti ha detto che le trattative con Deutsche Bank (Santorini) stanno andando avanti bene mentre quelle con Nomura arrancano.

Quando alla fine dello scorso anno Mps spiegò la maggiore richiesta di Monti Bond, disse che i 500 milioni in più sarebbero stati sufficienti ad ammortizzare le eventuali perdite che sarebbero emerse dalla revisione di quegli accordi.

Per gli analisti c’è però ancora un elevato livello di incertezza sulla misura reale di queste perdite e Standard & Poor’s ha tagliato la scorsa settimana il rating a “BB” – un gradino sotto lo status junk – per le preoccupazioni di un conto finale più salato di quanto anticipato.

Una buona notizia per il Monte dei Paschi, che Viola e Profumo non mancheranno di sottolineare oggi ai consiglieri, è l’effetto positivo del calo dello spread tra Btp e Bund.

Avere un portafoglio così grande, con 25 miliardi di Btp, oltre che rendere poco per gli swap sbagliati ha anche il problema di dover essere sempre rappresentato in bilancio al fair value, al valore corrente di mercato, incamerando quindi completamente la grande perdita di valore legata alla crisi del debito sovrano italiano ed europeo.

ra che lo spread è calato sotto i 300 punti, quasi dimezzandosi dai massimi, gli analisti di Mediobanca e Merrill Lynch stimano che la perdita su questa riserva di titoli – nel bilancio disponibili per la vendita (AFS) – sia scesa a circa 2 miliardi dagli oltre 3 miliardi di sei mesi fa.

Questo valore corrente del portafoglio dei Btp non considera comunque la perdita ulteriore che la banca si carica per queste transazioni sui prodotti strutturati.

Nei primi nove mesi del 2012, a parte gli effetti negativi della crisi dell’eurozona su quel portafoglio di bond, la banca ha anche sofferto la caduta della raccolta diretta, da depositanti e emissioni obbligazionarie, con un calo annuo del 15,6%, nonostante una ripresa nell’ultimo trimestre.

Nella recente assemblea di fine gennaio Viola ha detto che le azioni del piano industriale stavano cominciando a dare i segni positivi sperati ma ha anche sottolineato che questa vicenda dei derivati e il clamore mediatico ha certamente creato scompiglio tra i clienti e difficiltà di gestione nelle filiali. (Reuters)