Merkel contro strapotere Google e Facebook: “algoritmi sono una trappola”

3 Novembre 2016, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) – Facebook e Google dovrebbero rendere pubblici gli algoritmi che plasmano i contenuti online. E’ l’opinione di Angela Merkel, secondo cui proprio per via della forte influenza che le grandi piattaforme hanno nella formazione dell’opinione pubblica, tali meccanismi dovrebbero essere resi noti.

“Gli algoritmi, quando non sono trasparenti, possono portare ad una distorsione della percezione, possono ridurre l’ampiezza della nostra informazione” ha detto la cancelliera tedesca parlando a Monaco davanti al pubblico della conferenza Medientage.

In particolare, Merkel mette in guardia contro i rischi che l’appiattimento ideologico comporta per la democrazia, fatta di confronto tra idee diverse. Nel mirino della Merkel c’e quello che in gergo si chiama filter bubble, ovvero la bolla di filtraggio. In pratica e’ quella che ci spinge, se siamo su Facebook per esempio, a vedere sempre gli aggiornamenti di una cerchia ristretta di amici non scelti da noi. Lo stesso succede su Google: di solito riceviamo risultati di ricerca diversi a seconda della nostra posizione geografica, delle ricerche precedenti o da altre ragioni non chiare.

In sostanza il messaggio della Merkel e’ quello, come spiega bene un articolo della Stampa di Andrea Nepori, secondo cui:

“Crogiolarsi tra le opinioni accondiscendenti degli amici, leggere interventi sempre in sintonia con il nostro pensiero, o ricevere informazioni da ricerche confezionate su misura per non urtare la nostra sensibilità ci rammollisce e ci scherma dalla realtà del sano conflitto democratico”.

Dopo l’intervento della cancelliera a Monaco, il portavoce per i temi del digitale della CDU, Thomas Jarzombek, si e’ tuttavia affrettato a dichiarare al quotidiano tedesco Spiegel Online che non è necessario che le aziende rivelino i propri segreti industriali. L’intervento della Merkel era mirato a fornire “più informazioni sul funzionamento generale dei propri algoritmi”.

Fonte: La Stampa