Mercati e Trump, Fugnoli: “due indizi fanno una prova”

3 Marzo 2017, di Daniele Chicca

Con Donald Trump bastano due indizi per fare una prova. Lo sostiene Alessandro Fugnoli, che nella sua ultima nota settimanale strategica di Kairos “Il Rosso e il Nero” affronta il problema matematico e finanziario di fare tornare i conti di bilancio con le misure di alleggerimento fiscale e quelle quasi keynesiane di Trump di investimento pubblico.

Il primo indizio citato da Fugnoli è relativo al tweet di Donald Trump in cui il commander-in-chief dimostra di dare “parecchia importanza a disavanzo e debito e che, se potesse, gli piacerebbe essere ricordato come il presidente che li ha ridotti entrambi drasticamente. Ma la vita è quella che è, dice Trump tra le righe, e a me sono toccate delle carte mediocri”.

Fugnoli osserva che l’economia americana cresce ma che Trump ha ricevuto in eredità un disavanzo e un debito elevati, che peraltro sono stati “programmati da chi è venuto prima” del leader dei Repubblicani “per salire velocemente nei prossimi anni”. “Oltre a quello che eredito ci metterò poi del mio spendendo un trilione in infrastrutture e tagliando le imposte su tutta la linea. E comunque state tranquilli, vedrete che disavanzo e debito non esploderanno e tutto rimarrà sotto controllo”, sembra dire Trump secondo la decifrazione dello strategist, la cui nota settimanale di mercati è tra le più seguite a Piazza Affari.

Per Fugnoli Trump non sta dando di matto e “se si lancia nel vuoto” deve essere perché “ha finalmente deciso, in cuor suo, se stare con Ryan e i repubblicani della camera bassa (tagli aggressivi delle tasse finanziati dalla border tax) o con i senatori repubblicani (pochi tagli e niente border tax). E ha evidentemente optato per la prima ipotesi. Si lancia dunque nel vuoto perché conta di cadere sulla rete di protezione offerta dalle cospicue entrate della border tax (o border adjustment, come sarebbe più corretto dire dato che non è un’imposta sulle transazioni con l’estero ma sul cash-flow domestico)”.

L’altro indizio viene dal discorso pronunciato al Congresso. Con il suo primo Stato dell’Unione Trump ha assunto un profilo più presidenziale rispetto alle uscite precedenti da leader Usa e ha puntato sui valori della destra tradizionale, patria, famiglia e lavoro. Ma non è l’atteggiamento tenuto la grande novità emersa. “Le nostre meravigliose Harley-Davidson tutte prodotte negli Stati Uniti, ha detto, potrebbero vendere molto di più anche all’estero se non fosse per quei dazi che arrivano in certi casi fino al 100 per cento”. Sul fisco non ha aggiunto altro, “se non che le tasse caleranno di molto per tutti”.

Trump è sensibile alle sirene del protezionismo e questo lo si sapeva già. Ma se uniamo i due indizi, osserva Fugnoli, e “riempiamo i punti di sospensione lasciati da Trump con quello che non ha detto esplicitamente ma ha lasciato intendere, abbiamo la prova provata che Trump ha sposato in pieno i piani di riforma fiscale radicale della camera bassa. Fino a una settimana fa la posizione di Trump non era affatto scontata (l’ala Goldman Sachs del suo governo era contraria, ma alla fine ha prevalso l’insospettabile asse tra Ryan e Bannon), oggi sappiamo.

Quattro caveat per Trump e i mercati

Sono quattro gli sviluppi principali della politica Usa che minacciano di deragliare la corsa dei mercati. Il primo caveat riguarda i tempi con i quali sarà pronto il bazooka fiscale di Trump. La fissazione del presidente e dei suoi sulla revisione dell’Obamacare, la riforma di assistenza sanitaria varata da Barack Obama, potrebbe rivelarsi uno sbaglio. Secondo diversi economisti è un errore farne la priorità assoluta e Trump potrebbe pagarne caro le conseguenze.

L’amministratore delegato di JP Morgan Jamie Dimon, che era tra i candidati a prendere il posto del Segretario del Tesoro della nuova amministrazione, ritiene che come conseguenza “la riforma fiscale sarà pronta bene che vada tra un anno e che in un anno tante cose possono accadere”, ricorda Fugnoli.

Fugnoli è più ottimista, sottolineando come la camera bassa lavorerà in parallelo sulle due riforme e l’impalcatura del piano fiscale sarà pronta prima di settembre“.

Il secondo e forse più importante riguarda l’ostacolo che rappresenta il Senato, dove i Repubblicani sono attenti al processo di rientro del debito e sono contrari a un alleggerimento drastico del carico fiscale. Prima di tutto il governo Trump tenterà di fornire “un testo revenue neutral, senza espansione del disavanzo, togliendo ai democratici l’appiglio legale per l’ostruzionismo”. Per farlo occorrerà però lavorare sodo per trovare risorse tali da impedire un innalzamento dei livelli di debito.

Oltre a cercare di far tornare i conti, l’amministrazione a Washington agirà inoltre su altri due fronti, quello della moral suasion che Trump eserciterà sui senatori repubblicani riottosi, “offrendo loro infrastrutture nei loro collegi e quello “nei confronti delle lobby della distribuzione commerciale e delle raffinerie, danneggiate dalla riforma”.

Il terzo caveat riguarda “un aumento anche una tantum dell’imposizione fiscale sui consumi (anche se limitato ai consumi importati) può produrre inizialmente stagflazione e anche recessione, come ha dimostrato la recente esperienza giapponese”. Secondo Fugnoli ora molto dipende delle elezioni presidenziali in Francia: “se non ci saranno sorprese non ci sarà bisogno di correzioni significative”. È questo il quarto e ultimo ‘caveat’ per i mercati.

Uno dei pochi settori al riparo da tutte queste incertezze dei prossimi mesi riguardanti la politica statunitense e quella in Europa è il comparto bancario, che trarrà giovamento, secondo l’esperto, dai tassi di interesse in risalita e dalla de-regulation.