Mercati: i 10 trend del 2021 secondo Morgan Stanley

1 Aprile 2021, di Mariangela Tessa

Sin dalle prime fasi della pandemia gli analisti di Morgan Stanley avevano anticipato che il Covid-19 più che “cambiare tutto”, avrebbe portato un forte, anzi fortissimo, rafforzamento degli sviluppi già in atto. Una previsione, che secondo Ruchir Sharma, Head of Emerging Markets e Chief Global Strategist, ha trovato conferma nei fatti, soprattutto si parla di aumento degli interventi pubblici e adozione delle tecnologie digitali.

“Con l’evolversi di queste tendenze potremmo assistere a un vero e proprio ribaltamento nel profilo vincitori/vinti dei mercati globali. Per molti versi, i dieci trend principali del 2021 sembrano un’immagine speculare di quelli osservati nel 2020” spiega l’esperto che in un report mette nero su bianco le attese per l’anno in corso.

Mercati meno euforici

Nel 2020 l’economia globale ha subito una contrazione del 4%, la peggiore contrazione dai tempi della seconda guerra mondiale. Ciò nonostante, le azioni hanno guadagnato il 14% a livello mondiale.

E adesso?

Secondo le stime di consenso, gli analisti si attendono che l’economia e i mercati registrino un’impennata nel 2021, ma le dinamiche che l’anno scorso hanno sollevato i mercati sono insostenibili. “È probabile che le campagne di stimolo proseguano, ma le iniezioni di liquidità non raggiungeranno più i folli ritmi del 2020. La fine della pandemia è già scontata dalle valutazioni, che sono ritornate a livelli record” dice Ruchir Sharma.

Inflazione ai minimi

L’inflazione dei prezzi al consumo è rimasta invariata per così tanto tempo che le autorità sono arrivate a ritenerla morta.

“Noi invece pensiamo che stia solo dormendo e che verrà probabilmente risvegliata da quelle che chiamiamo le “Quattro D”. Depopolamento, deglobalizzazione e declino della produttività sono tutti fattori che esercitano pressioni al rialzo sui prezzi al consumo e, in questo contesto, un rapido aumento del debito potrebbe rappresentare lo scossone in grado di risvegliare la bestia”.

Copertura degli immobili residenziali

Per molti, il boom dell’edilizia residenziale nel 2020 è stato sconcertante tanto quanto il boom del mercato azionario.

“Ma tra i due eventi la differenza è notevole. A partire da adesso è più probabile che i prezzi delle case aumentino. Innanzitutto, le aspettative inflazionistiche sono in aumento e gli investitori si stanno orientando verso classi di attivo che vengono ritenute una buona copertura contro l’inflazione.

Queste includono oro, argento, bitcoin e beni immobili. La portata del boom dell’edilizia residenziale è stata sorprendente e ha fatto salire i prezzi in quasi tutti i paesi sviluppati nella sua fase di picco. Negli Stati Uniti ha spinto per la prima volta il prezzo mediano delle case esistenti sopra i 300.000 dollari. Le dinamiche dei prezzi immobiliari variano molto da un paese all’altro, naturalmente, ma è ragionevole pensare che il boom possa durare fino al 2021″.

Fine del denaro facile

Sin dai primi anni ’80, quando le banche centrali iniziarono a vincere la guerra contro l’inflazione dei prezzi al consumo, i tassi medi a breve termine sono gradualmente scesi dal picco del 13% al 2% di inizio 2020. E durante la pandemia quel tasso è stato dimezzato.

“Se e quando il ritorno dell’inflazione dei prezzi al consumo costringerà le banche centrali a un nuovo inasprimento, la corsa al rialzo probabilmente vacillerà. Difficilmente tale inasprimento si manifesterà sotto forma di un aumento dei tassi. È più probabile invece che si traduca in una riduzione degli interventi sui mercati del credito. Gli 8.000 miliardi di dollari in titoli acquistati dalle banche centrali l’anno scorso sono stati più del doppio del record precedente, stabilito nel 2008, e 40 volte la cifra acquistata nel 2019.10 Anche un parziale ritorno alla normalità avrebbe come effetto di riportare i mercati con i piedi per terra”.

Il mondo dopo il dollaro

Dal XV secolo a oggi – spiega Sharma – solo cinque paesi hanno avuto l’onore di battere la moneta di riserva mondiale: Portogallo, Spagna, Paesi Bassi, Francia e Gran Bretagna. Quei regni durarono in media 94 anni; il dollaro statunitense occupa ormai quella posizione da 100 anni. Allo scoppio della pandemia, la semplice età avanzata sarebbe stato un motivo sufficiente per interrogarsi sul futuro del biglietto verde.

Gli Stati Uniti hanno emesso migliaia di miliardi di dollari in nuova spesa per mantenere l’economia in vita, portando il debito nei confronti del resto del mondo al 67% della produzione economica nazionale, ben oltre la soglia del 50% che spesso ha segnalato l’arrivo di una crisi.  In passato, gli imperi finanziari, detentori dell’ambita moneta di riserva, hanno spesso vacillato quando il resto del mondo ha smesso di aver fiducia nella loro capacità di saldare i debiti. Fino ad oggi, i politici statunitensi hanno considerato il dollaro inespugnabile, per mancanza di seri rivali. La grande sorpresa del 2020 è stata la comparsa di una criptovaluta apolide come plausibile alternativa”.

La rinascita delle materie prime

I prezzi delle materie prime sono diminuiti costantemente in termini reali da quando si è iniziato a tenerne traccia, cioè dagli anni ’50 del XIX secolo. Quel declino, però, è stato costellato da decenni all’insegna del boom e forse sta per iniziarne uno.

Poiché la spesa pubblica minaccia di risvegliare l’inflazione e indebolire il dollaro, queste forze potrebbero contribuire a rilanciare i prezzi delle materie prime dopo un decennio di cali continui. Il binomio bassa offerta-aumento della domanda in un contesto di ripresa post-pandemia è la ricetta perfetta per una rinascita delle materie prime.

Il ritorno dei mercati emergenti

Quando i prezzi delle materie prime aumentano, le numerose economie emergenti che dipendono dalla loro esportazione tendono a registrare buone performance.

Quello è il primo dei quattro motivi per cui ci attendiamo un ritorno dei mercati emergenti, i cui rendimenti si stanno lasciando alle spalle il decennio peggiore da quando si è iniziato a registrarli, vale a dire gli anni ’30 del XX secolo”.

La rivoluzione digitale

La pandemia, come ormai tutti sappiamo, sta costringendo la gente a lavorare, giocare, studiare e fare acquisti online, una vera e propria manna per la vita elettronica in tutte le sue forme. Ma geograficamente parlando, dov’è più probabile che questa trasformazione dia impulso alle economie e ai mercati?

“Sorprendentemente, i paesi meno sviluppati sono già precocemente ben sviluppati come società online, anche perché in termini di linee telefoniche fisse e negozi fisici, banche, ospedali e scuole offrono ai cittadini servizi sensibilmente più scadenti. Quando adottano servizi digitali, non rinunciano a nulla di familiare o di amato. Sedici delle 30 economie più digitalizzate del mondo (in base al reddito digitale come quota del PIL) sono mercati emergenti, Cina in testa e, a seguire, Corea del Sud, Indonesia e Colombia.20

In questo gruppo di 30 paesi, i ricavi digitali crescono a un ritmo di poco superiore a quello del PIL nominale dei paesi sviluppati, ma molto più velocemente rispetto a quello dei mercati emergenti.20 In media, nei mercati emergenti, i ricavi digitali crescono dell’11% l’anno, cioè 4 punti percentuali in più rispetto al PIL nominale.

Le tecnologie digitali stanno riducendo i costi di avvio e gestione delle attività commerciali in tutto il mondo, ma il processo è più veloce laddove l’adozione dei servizi digitali è più rapida e cioè nei mercati emergenti. Contrastando il calo globale della produttività, è probabile che questa spinta digitale sostenga un ritorno dei mercati emergenti”

L’ascesa delle sfidanti

Nell’ultimo decennio, la maggior parte degli investitori è stata attratta da due soli paesi, Stati Uniti e Cina, e da un solo tipo di società, i colossi della tecnologia. Ma le cose sanno già cambiando.

La crescita mensile di utenti attivi per le immense e note piattaforme di social media ha rallentato, scendendo a una sola cifra dal 40% o più di inizio decennio.21 I colossi dell’e-commerce in entrambi i paesi hanno realizzato enormi guadagni negli ultimi anni, tuttavia la capitalizzazione di mercato di società rivali di minori dimensioni ma molto popolari sta crescendo a ritmi maggiori.22 Non è affatto da escludere che alcune delle sfidanti possano colmare il divario.

Il passato ci insegna che i colossi della tecnologia spesso spianano la via ai propri successori: IBM rese possibile l’ascesa di Microsoft e oggi numerosi colossi del web sono piattaforme su cui prosperano le startup. Dall’Asia meridionale al Sud America, nell’e-commerce e nei social media stanno emergendo sfidanti regionali capaci di soddisfare i gusti locali con maggiore attenzione rispetto ai colossi americani o cinesi”.

Nuove abitudini dei media

Non è un segreto che la pandemia abbia giovato all’intrattenimento online. Mentre le sale cinematografiche chiudono i battenti, nel 2020 il totale degli abbonati a due popolari servizi di streaming è passato da 230 milioni a 315 milioni.23 Il grande interrogativo è capire se, quando la pandemia finirà, questo passaggio ai canali online subirà un rallentamento o proseguirà.

“Possiamo ricavare una risposta osservando il destino delle vecchie forme di intrattenimento domestico, che sono altrettanto immuni al rischio di possibile contagio. A parità di altre condizioni, non c’è motivo per cui i canali televisivi tradizionali non avrebbero dovuto prosperare anche durante i periodi di lockdown.

E invece in America nel 2020 il declino del numero di telespettatori tradizionali, ormai in atto da tempo, ha subito un’accelerazione, con un calo del 16%.

E la flessione sarebbe stata ancor più marcata se la campagna presidenziale 2020 non fosse stata così aspra, attirando con le sue notizie gli ascoltatori verso la TV. Quindi, a ben guardare, le condizioni erano tutt’altro che in parità condizioni. L’intrattenimento digitale sta scalzando le forme di intrattenimento tradizionali e quasi sicuramente questo processo non si fermerà quando la pandemia sarà passata”.