L’Italia e i mercati: la partita si gioca tra flessibilità fiscale e riforme

5 Giugno 2018, di Alessandro Piu

Volatilità in aumento ed economia in crescita ma con aspettative ridotte. Un cocktail che, per Dave Lafferty di Natixis, impone prudenza agli investitori

A essere cambiato, in questo 2018 poco tranquillo per gli investitori, sono i due fattori di base che avevano garantito la precedente irreale tranquillità. Dave Lafferty, chief market strategy di Natixis Investment managers li ha riassunti così in un incontro con i giornalisti:

“Lo scorso anno avevamo una crescita forte e coordinata a livello globale come da tempo non si vedeva e le aspettative erano elevate. Anche quest’anno l’economia globale rimane forte ma un po’ meno e le aspettative di crescita si sono ridotte. In Europa, per esempio, gli indici Pmi rimangono in area espansiva, sopra i 50 punti, ma si sono contratti. A ciò si aggiunge il cambiamento delle politiche monetarie e della direzione del cambio euro/dollaro. La frenata nelle aspettative di crescita economica ha permesso al dollaro Usa di riprendere l’iniziativa. Non mi stupirebbe vedere il cross portarsi nel range 1,15-1,10”.

In questi giorni il cambio principale viaggia nei dintorni di area 1,17, dopo il movimento di indebolimento dell’euro iniziato a metà aprile -5,5%). Concausa importante di questa discesa sono stati i timori sulla formazione di un governo anti-euro in Italia dopo le elezioni del 4 marzo, in particolare i contenuti di una prima bozza di “contratto” tra Lega e M5s.

Italia

“Piazza Affari stava recuperando terreno – ha spiegato Lafferty proponendo la view con cui dagli Stati Uniti si guarda alle vicende italiane- con l’economia in crescita grazie all’implementazione delle riforme nella legislatura precedente. Ora però diventa più difficile investire nel comparto azionario a causa dell’instabilità politica. Le azioni italiane sono convenienti nel lungo termine ma rimarranno volatili”.

L’atteggiamento complessivo di Natixis nei confronti del Belpaese è di prudenza, anche se nei portafogli globali dell’asset manager non manca la presenza di titoli italiani, in particolare del settore finance:

“Hanno prezzi molto convenienti, non solo in Italia ma in Europa nel complesso. Il settore bancario è stato l’unico che non si è rivalutato con l’uscita dalla crisi e il recupero dell’economia. Nessuno si fida più delle banche, nonostante i bilanci siano oggi più solidi e i rischi siano stati ridotti”.

“Sarà molto importante capire che direzione prenderà il governo appena formatosi – ha proseguito Lafferty. Noi vorremmo vedere una prosecuzione delle riforme strutturali ma allo stesso tempo crediamo che l’Unione europea dovrebbe essere più flessibile sui vincoli di bilancio. Non vediamo invece alcun pericolo di uscita dall’euro, sarebbe insensato per l’Italia ma anche per l’eurozona. Il peso relativo dell’Italia e la sua collocazione nello scacchiere dell’area sono troppo importanti. Lega e M5s hanno quindi la possibilità di giocare sulla leva fiscale ma devono farlo con molta cautela. Se non assumeranno atteggiamenti estremi di scontro con l’Unione europea, anche lo spread tra Btp e Bund dovrebbe tornare dove si trovava prima dell’ultima impennata”.

I titoli di Stato italiani, peraltro, hanno un rendimento attraente secondo Lafferty

“anche se la domanda più elevata è per i Treasury Usa. La pressione della Bce sui tassi di interesse mantiene il differenziale a favore dei bond d’Oltreoceano”.

La discesa dell'euro contro dollaro in corrispondenza dell'aumento dello spread Btp-Bund

Stati Uniti

È bene non dimenticare che la scossa di fine gennaio che ha innescato la fase turbolenta sui mercati finanziari ha avuto epicentro negli Stati Uniti, con la crescita dei salari di gennaio al 2,9% su base annua, un dato che non si vedeva dal 2009. Una scossa che è servita a evidenziare quale sia il nervo scoperto dei mercati, l’inflazione.

“Insieme con i tassi di interesse rappresenta il rischio maggiore per gli Stati Uniti – riprende il chief market strategist di Natixis -. Finché i tassi reali crescono moderatamente non è un problema ma quello che non vogliamo vedere è una crescita dei tassi nominali, sintomo di inflazione, che costringerebbe la Federal Reserve ad accelerare il ritmo sul rialzo dei Fed funds rate”.

Il dato sui salari a gennaio ha significato per i mercati proprio questo e ha spinto i rendimenti del Treasury decennale in area 3%, facendo affluire sul titolo di Stato Usa capitali in uscita da porti considerati meno sicuri come i Paesi emergenti e le azioni.