Lavoro, con fine settimana di tre giorni saremmo più produttivi

21 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

“Il progresso è la realizzazione delle utopie”, diceva Oscar Wilde. In passato quasi tutti gli aspetti della nostra vita erano peggiori. Ma negli ultimi due secoli, l’umanità ha fatto progressi enormi. “Siamo più intelligenti, c’è più democrazia, siamo più in salute”, osservava lo storico ed economista olandese Rutger Bergman ai microfoni di France Inter un anno fa. Quando l’autore del best-seller “Utopia for Realists” ha annunciato che lavoreremo soltanto 15 ore a settimana.

Sembra un paradosso: lavorare meno per produrre di più. Ma è il concetto alla base di tante tesi difese dagli esperti di sociologia, mondo del lavoro e storia. Tra questi si può citare Adam Grant, psicologo della Wharton School, in Pennsylvania. Intervenuto all’ultimo World Economic Forum di Davos Grant ha detto che “se riduciam le ore di lavoro, la gente è capace di concentrare la propria attenzione con maggiore efficacia”.

È dimostrato da più studi e test, secondo Grant. “I dipendenti finirebbero così per produrre comunque, spesso con una qualità e una creatività superiori“. E saranno anche “più fedeli” anche alle organizzazioni che sono disposte a dare loro la possibilità di dedicarsi al tempo libero, “alla loro vita fuori dal mondo del lavoro”.

Grant e Bregman fanno parte di una cerchia di esperti e accademici convinti del fatto che lavorare meno per uno stipendio identico permetterebbe ai dipendenti di essere più felici e quindi performanti. Si tratterebbe semplicemente di una scelta organizzativa, che sarebbe benefica anche ai datori di lavoro, secondo le loro tesi.

Per essere soddisfatti basterebbe fine settimana di tre giorni

Jan-Emmanuel De Neve, professore di economia alla Saïd Business School di Oxford, ha indicato nel fine settimana di tre giorni la soluzione per soddisfare i lavoratori. Nel suo studio si definisce “l’obiettivo prioritario” per avere il giusto equilibrio tra vita lavorativa e personale. Avere più tempo per sè è un bisogno primordiale.

Anche l’OCSE condivide lo stesso punto di vista. Da un’analisi condotta di recente sui progressi economici degli stati membri, emerge che nelle nazioni in cui le ore di lavoro settimanali sono più lunghe, i dipendenti sono tra i meno  È il caso della Corea del Sud – dove il tasso di suicidi è il più alto al mondo – e della Grecia, che viene considerato il “cattivo scolaro” dell’Eurozona.

In Nuova Zelanda chi ha provato a lanciare il fine settimana di tre giorni ha ottenuto risultati positivi. Una società ha proposto ai suoi dipendenti una settimana lavorativa di quattro giorni, di cui cinque in busta paga. Ha funzionato talmente bene, racconta Il Guardian, che il datore di lavoro ha deciso di adottare il nuovo schema per sempre.

Quella di una settimana di lavoro più corta ma più intensa non è nemmeno la proposta più radicale e utopica che si possa avanzare. Il vero problema dei nostri tempi, secondo l’economista e storico che nei Paesi bassi viene chiamato ironicamente “Signor reddito universale“, è che mancano le idee.

Per dei decenni, fino agli Anni 70, i grandi economisti filosofi sociologhi credevano che con il progresso della scienza e delle tecnologie avremmo lavorato sempre di meno. Persino Henry Ford, l’inventore della ‘catena di montaggio’, pensava la stessa cosa, secondo Bregman.

“Negli Anni 20 e 30, dei grandi imprenditori capitalisti hanno scoperto accorciando la settimana lavorativa, i dipendenti erano più produttivi”, scrive lo storico nel libro. “Henry Ford, per esempio, ha scoperto che facendo passare la settimana lavorativa da 60 a 40 ore, i lavoratori diventavano più produttivi, perché erano meno stanchi” e più soddisfatti durante il tempo libero.

Insomma, in definitiva un fine settimana di tre giorni porterebbe benefici per tutti. Ai microfoni dell’emittente radio francese, Bregman si spinge più in là dicendo che “nel 2030 lavoreremo tutti 15 ore” a settimana. Sarà possibile anche grazie al reddito di base per tutti. La quale non è un’idea di sinistra, secondo lui. Anche Richard Nixon, l’ex presidente Usa Repubblicano, aveva avuto quest’idea. Hillary Clinton di recente si è detta pentita di non avere avanzato una proposta simile durante l’ultima campagna elettorale per le presidenziali.

Reddito universale e settimana lavorativa da 15 ore

Il reddito universale avrebbe senso dal punto di vista dal punto di vista economico e sociale. Eradicare la povertà è un obiettivo anche dal punto di vista economico e non sarebbe di così difficile attuazione, secondo Bregman. Un grande economista britannica aveva previsto che avremmo lavorato per 15 ore a settimana. “Era una delle grandi promesse del capitalismo“.

Da un reddito di cittadinanza per tutti (Universal Basic Income, UBI) a una settimana di lavoro di 15 ore, da un mondo senza frontiere a uno senza povertà: sono i pilastri del pensiero utopico presentato nella sua opera di successo da Bergman. Lo storico olandese è diventato una celebrità tra gli ambienti dello spettro politico di sinistra dopo un suo intervento “illuminante” a Davos.

Invitato per la prima volta al forum dell’organizzazione svizzera, il cui obiettivo è di “migliorare il mondo” attraverso la cooperazione tra pubblico e privato, ha esortato i ricchi e i manager presenti al World Economic Forum a smetterla di parlare di filantropia.

Farebbero meglio a dedicare i loro interventi al vero problema dei nostri tempi: le disuguaglianze socio economiche. Per combatterle basterebbe imporre tasse alte ai più benestanti, come si faceva una volta (con aliquote di anche il 70-80%). E lanciare una lotta seria all’evasione fiscale.

Secondo Bregman l’elefante nelle stanze di Davos sono le tasse: “Possiamo invitare Bono (il cantante degli U2, NdR) a parlare di filantropia, ma suvvia, bisogna parlare delle tasse. Tutto il resto non conta, secondo me”. Lo storico dice di sentirsi come se si trovasse “a una conferenza di pompieri in cui nessuno parla dell’acqua”.