La riforma del Mes, ecco cosa significherebbe per l’Italia

19 Novembre 2019, di Alberto Battaglia

Il governo Conte sarà presto costretto a rivelare la sua posizione in merito alla riforma del Fondo salva stati (o Meccanismo europeo di stabilità, Mes). Lo scorso 14 giugno è stata approvata una bozza di riforma il cui obiettivo è di ampliare i poteri di intervento di questo fondo, il cui compito è fra le altre cose, quello di prestare denaro agli stati che siano colpiti da choc economici improvvisi e fuori dal loro controllo. Il trattato di riforma del Mes, perché possa entrare in vigore, richiede la ratifica parlamentare di tutti i 19 Paesi aderenti e verrà finalizzato a livello Ue il mese prossimo.

Nel frattempo, però, è scoppiata la polemica sul fatto che i negoziati del governo sulla riforma siano stati condotti, finora, in modo riservato senza coinvolgere il parlamento. A corroborare le perplessità sollevate da M5s e Lega sulla riforma ci sono state anche le recenti affermazioni del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il quale aveva dichiarato che la riforma del Mes potrebbe implicare “grossi rischi” in particolare “una spirale perversa di aspettative di default che potrebbe essere una profezia auto-realizzante”. Per capire il senso di queste affermazioni è necessario fare un passo indietro su quello che prevede la riforma del Mes.

I parametri da rispettare per accedere agli aiuti

Secondo l’allegato III della bozza la “linea di credito precauzionale e condizionata” per il Paese in difficoltà è disponibile se tutte le seguenti caratteristiche sono rispettate:

  • deficit non superiore al 3% sul Pil,
  • un budget strutturale in linea con il benchmark,
  • rapporto debito Pil sotto il il 60% “o una riduzione nel differenziale a tale soglia nella misura di un ventesimo all’anno nella media dei due anni precedenti”.
  • Non è tutto: è richiesta “l’assenza di gravi vulnerabilità del settore finanziario che mettano a rischio la stabilità finanziaria del membro Mes”.

E’ in quest’ultima frase che probabilmente si spiega il timore di Visco, il quale aveva anche messo in dubbio i possibili benefici di un piano di ristrutturazione del debito: “i piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default”.

E a proposito di cessioni di sovranità, nel caso si rendesse necessario l’accesso ai fondi del Mes, il controllo sui vincoli prescritti per l’accesso al credito d’emergenza sarebbe direttamente sorvegliato dalla Commissione Ue:

“I governatori del Mes affidano alla Commissione europea il compito di valutare se la politica le intenzioni incluse nella lettera di intenti”, inviata dal governo come impegno formale al rispetto dei vincoli per l’accesso ai fondi, “sono pienamente coerenti con le misure di politica economica coordinamento previsto dal trattato sul funzionamento dell’Ue”.

Perché riformare il Mes

Il rafforzamento della protezione del fondo Salva stati potrebbe avere i suoi lati positivi. Infatti annunciare al mercato che eventuali crisi dei membri dell’Eurozona potrebbero contare sul supporto finanziario di un fondo di sicurezza ridurrebbe di molto le speculazioni su possibili uscite traumatiche dall’euro. Questa garanzia avrebbe due effetti: la riduzione del premio al rischio richiesto dagli investitori sul debito dei Paesi periferici come l’Italia, che pagherebbero meno interessi sui loro nuovi debiti; e, in secondo luogo, un minore costo-opportunità nell’adottare politiche di bilancio espansive fuori dai parametri europei.

In questo contesto vanno letti i commenti di Matteo Salvini, che ha parlato della “fine della sovranità nazionale”. Va però precisato che il rafforzamento del Mes non comporta di per sé nuovi obblighi di finanza pubblica per i Paesi aderenti, ma viene potenziato il controllo dei governatori del Fondo sul rispetto delle condizioni necessarie perché l’erogazione di un prestito emergenziale possa partire. Finora l’Italia non ha mai avuto bisogno del denaro del Mes, a differenza della Grecia o della Spagna, anche se potrebbe averne in futuro – sono molti analisti a pensarlo. E’ evidente, però, che contribuire al fondo senza essere nelle condizioni per poter accedere al suo aiuto in caso di bisogno sarebbe decisamente inutile. Per questo è lecito pensare che, in caso di approvazione della riforma, crescerà l’incentivo per i governi verso politiche fiscali prudenti, che possano comunicare agli investitori che potranno, nel caso del bisogno, servirsi di un prestito di emergenza e rispettare i propri obblighi con i creditori.

Le proteste dei deputati M5s

Il M5s, invece, mette l’accento sul mancato confronto parlamentare sui negoziati di questa importante riforma: “E’ chiaro che la riforma del Mes sta andando proprio nella direzione che il parlamento voleva scongiurare. Chiediamo al capo politico [Di Maio] di far convocare un vertice di maggioranza, perché sul Mes noi non siamo d’accordo”, hanno affermato in una nota i deputati pentastellati della commissione Finanze.

“Il ministro Roberto Gualtieri”, fanno sapere fonti del Mef, “ha inviato il 7 novembre al presidente della Commissione Finanze Alberto Bagnai la richiesta di essere audito in merito alla riforma del Mes, della quale è stata programmata la firma in dicembre sulla base dell’intesa raggiunta dal Consiglio europeo nello mese di giugno. L’audizione è stata calendarizzata per il 27 novembre”. Sarà l’occasione per scoprire le carte sulla posizione del governo italiano su questa importante riforma, che potrebbe avere importanti ripercussioni sulle future politiche economiche del Paese.