La nuova vita di Lenti in Banca Generali: “Mossa e Bernardi decisivi”

6 Luglio 2020, di Alessandro Chiatto

Il grande colpo che ha segnato la ripartenza del mondo delle reti post Covid-19 lo ha messo a segno Banca Generali: Stefano Lenti (nella foto), 47 anni di cui gli ultimi 10 passati nel Gruppo Ubi, ha lasciato IwBank per assumere la guida della rete di 2mila private banker e wealth manager di Banca Generali. E oggi racconta in esclusiva a Wall Street Italia le motivazioni che hanno guidato questa scelta.

Dopo più di dieci anni nel gruppo UBI una nuova avventura. Può spiegarci le motivazioni di questa scelta, sia personali sia professionali?
Dopo oltre venticinque anni nel mondo delle reti, ho ritenuto che fosse giunto per me il momento di fare un salto professionale che mi consentisse di approdare in una realtà ai vertici del settore come Banca Generali.
In questo, sono risultati decisivi anche Marco Bernardi e Gian Maria Mossa che mi hanno presentato la sfida con grande entusiasmo e passione. Vista da fuori, Banca Generali ha sempre rappresentato per me il punto di riferimento tra le reti per via di un modello di business senza eguali che racchiude in sé competenza, innovazione, qualità dei prodotti, approccio multimanager e assenza di conflitto di interessi. Elementi che ho poi effettivamente già ritrovato in questi primi giorni nella nuova realtà.

Cosa si aspetta da questa esperienza in Banca Generali?
Mi aspetto di poter portare il mio contributo a quel percorso di crescita sostenibile che la Banca ha intrapreso con profitto da diversi anni ormai. In particolare, cercherò di pormi come un punto di riferimento per la rete di private banker e wealth advisor, stando loro vicini in ogni circostanza e facendo in modo che abbiano a disposizione tutti gli asset necessari a gestire al meglio la relazione coi clienti. Vorrei poi portare il mio contributo anche per far comprendere ancor più ai colleghi le straordinarie peculiarità che rendono oggi Banca Generali il punto di riferimento in termini di servizi e soluzioni, non solo per la clientela private ma anche per le famiglie che sono alla ricerca di una persona di fiducia che le accompagni nelle scelte di pianificazione patrimoniale.

Gli italiani sono tra i migliori risparmiatori al mondo. Ma sono anche i peggiori investitori al mondo. Lei, in Banca Generali, come vuole affrontare questa dicotomia? Che tipo di orientamento, insomma, porterà?
È vero, se guardiamo solo alla ricchezza privata delle famiglie, l’Italia è ai primi posti di tutte le classifiche mondiali, davanti anche a Paesi con un Pil decisamente superiore al nostro.
Dall’altro lato, però, siamo sempre troppo indietro nelle classifiche di competenza finanziaria, sintomo di un gap di conoscenza che spesso si tramuta in investimenti sbagliati o, addirittura, immobilismo come dimostrano i dati sui depositi su conto corrente. Siamo davanti ad un problema culturale che può essere risolto con un grande piano nazionale che coinvolga scuola, famiglie e mondo del risparmio. Come Banca Generali, credo che il miglior contributo che possiamo portare è quello di proseguire il lavoro che i nostri consulenti portano incessantemente avanti sul territorio, attraverso incontri, convegni finanziari e progetti educational destinati ai ragazzi delle scuole. Si tratta di un lavoro sicuramente gravoso ma che ha un doppio beneficio: quello di coinvolgere i giovani e le famiglie nel dibattito sul risparmio e quello di rinsaldare ulteriormente il rapporto di fiducia tra consulente e cliente.

La consulenza sta cambiando molto in termini di approccio, con la rivoluzione tecnologica che ora è, davvero, finalmente in atto. Come pensa che questo possa aiutare il mondo della consulenza finanziaria?
La pandemia e il lockdown hanno accelerato quel processo di digitalizzazione della consulenza che, in realtà, era in atto già da tempo. Se guardiamo al futuro, è impensabile ipotizzare uno scenario dove la tecnologia e il digitale non siano parte integrante di qualunque rapporto consulente-cliente. Penso ovviamente a tutto il mondo legato all’execution e ai processi, ma non solo. Sono convinto infatti che i nuovi strumenti digitali modificheranno anche la relazione, con gli incontri che saranno più frequenti proprio grazie alla tecnologia. Provo a fare un esempio pratico: se dobbiamo tradurre una parola o un concetto semplice in un’altra lingua, possiamo usare un traduttore automatico. Se invece dobbiamo tradurre una parola all’interno di una frase complessa, abbiamo bisogno di un traduttore umano.
Nessuno di noi affiderebbe a Google la traduzione di un medico straniero che ci dice come sta un parente. Allo stesso modo, per esigenze finanziarie semplici potremmo usare un robot advisor, ma per esigenze complesse ci vuole invece un professionista. In sostanza, credo che quello che la tecnologia non potrà mai sostituire sarà la fiducia personale che continuerà a guidare ogni rapporto. Per questo sono convinto che la consulenza finanziaria del futuro vedrà imporsi sempre più quelle realtà che meglio sapranno sfruttare il digitale come facilitatore della relazione e non come sostituto.