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La Nazione: direttore licenziato dopo un articolo contro il Monte dei Paschi

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Il contenuto di questo articolo – pubblicato da Il Fatto Quotidiano – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Licenziato per aver rispettato il diritto di cronaca. Mauro Tedeschini ieri è stato sostituito da Gabriele Canè alla direzione del quotidiano La Nazione di Firenze. Sono stati gli stessi giornalisti a raccontare di quegli articoli usciti, nei giorni scorsi, nelle pagine locali sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena, che ha lasciato la Fondazione (37, 5 % del capitale della banca) senza entrate. Una cronaca poco gradita, pare, da Franco Ceccuzzi, sindaco pd della città. L’editore Andrea Riffeser Monti ha quindi deciso di rimuovere Tedeschini nominato direttore solo nel giugno 2011. Ma la questione che ha scatenato le proteste del Comitato di redazione è legata anche al nuovo direttore.

Gabriele Canè, lo stesso nome che compariva a fianco delle conversazioni tra un esponente della famiglia fiorentina Aleotti, proprietaria della casa farmaceutica Menarini, colosso che secondo la Procura di Firenze, avrebbe procurato un danno al sistema sanitario nazionale da 860 milioni di euro. Nelle carte dei pm che si occupano dell’inchiesta emerge come Lucia Aleotti avesse contattato i responsabili di molti quotidiani. L’interlocutore privilegiato, nell’ottobre 2010, sembra proprio Gabriele Cané, condirettore del Quotidiano Nazionale che a Firenze pubblica La Nazione.

Come scritto da Il Fatto Quotidiano a novembre, Aleotti chiama Cané per capire che rilievo avrà la notizia. “Lo metto in piccolo sul Qn e lo metto un po ’ meglio sulla Nazione perché ovviamente non si può.”. Ma che cosa faranno gli altri giornali? Aleotti: “Ho parlato con il responsabile di Repubblica qui di Firenze. che alla Valeria aveva detto. ‘ male male’, con me. non si è espresso in questi termini”. Ma c’è un ostacolo, Franca Selvatici, storica cronista di giudiziaria di Repubblica. Aleotti: “È la Selvatici purtroppo”. Cané: “Ma non era andata in pensione?”. Aleotti contatta tutti. “S’è parlato con Il Sole 24 Ore, fanno una spalla in norme e tributi”.

Il giorno dopo Cané e Aleotti fanno un bilancio degli articoli pubblicati. Aleotti è furibonda, perché la Nazione, nonostante le ripetute telefonate dai toni apparentemente amichevoli con il direttore Giuseppe Mascambruno (che da lì a breve venne licenziato anche lui), ha dedicato due pagine alla notizia. Cané minimizza: “Non dice praticamente niente”. Aleotti sbotta: “Sono due pagine”. Lui: “Mi dispiace”.

Cané, annotano gli investigatori, si impegna a monitorare e a tenere informata l’amica. Certo, Menarini è un colosso. Normale che abbia contatti con i giornali. Ma il nodo è un altro, come emerge da una telefonata. Cané: “I giornali sono anche liberi di non tenere conto, insomma, fino a un certo punto; non è che dobbiamo tenere conto dei canali pubblicitari, ma in questo caso c’è una connessione che è un peccato perdere”. Aleotti: “Eh bravo”. Ecco il punto: la montagna di pubblicità che il gruppo miliardario può riversare sui quotidiani. Sul cambio di direzione Federazione nazionale della stampa e l’Associazione Stampa toscana, insieme con la Consulta delle Associazioni Regionali di Stampa, “esprimono la più viva protesta e grande sconcerto per l’inaudito licenziamento del direttore Mauro Tedeschini, sacrificato dall’editore a seguito di contrasti sulle autonome e libere scelte di informazione a lobby politica e bancaria”.

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La ricerca instancabile di sponde politiche: Berlusconi, Gianni Letta, Scajola. E anche gli insistenti contatti con Enrico Rossi, oggi presidente della Toscana. Tutto in nome della Menarini, dell’occupazione, della ricerca. Un colossale bluff, secondo le accuse.

di Franca Selvatici – “La Repubblica – Firenze” 11 novembre 2011

La ricerca instancabile di sponde politiche: Berlusconi, Gianni Letta, Scajola. E anche gli insistenti contatti con Enrico Rossi, oggi presidente della Toscana. Tutto in nome della Menarini, dell’occupazione, della ricerca. Un colossale bluff, secondo le accuse.

Per la procura di Firenze e per i carabinieri del Nas, Alberto Aleotti, patron del Gruppo farmaceutico Menarini, ha perpetrato per oltre 30 anni una colossale truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale, gonfiando i prezzi dei medicinali, accumulando inimmaginabili profitti al nero e riciclandoli attraverso un vorticoso giro di società e banche straniere.

Basti pensare ai 476 milioni di euro scoperti nel 2008 presso la banca Lgt in Liechtenstein. Peraltro in tutti questi anni, superata senza eccessivi inconvenienti la tempesta di Mani Pulite, Aleotti si è battuto con incredibile tenacia contro ogni forma di riduzione e di controllo dei prezzi dei farmaci, facendo pressione sui politici e sulla stampa, agitando costantemente il ricatto occupazionale e spesso anche quello pubblicitario.

L’inchiesta per truffa aggravata e riciclaggio, che l’anno scorso ha portato al sequestro per equivalente di un miliardo e 200 milioni di euro, svela ora molti retroscena. Nel 2008-2009 Aleotti e la figlia Lucia hanno dispiegato immense energie per far approvare una norma che proteggesse i farmaci coperti da brevetto e legasse le mani alle Regioni, impedendo loro di rimborsare i medicinali al prezzo di riferimento, cioè al prezzo più basso a parità di efficacia terapeutica, e di fissare delle quote massime prescrittive per ogni medico.

Attraverso la signora Maria Angiolillo (la defunta regina dei salotti romani, che ogni sera “pregava per il brevetto” e suggeriva agli Aleotti di essere “riconoscenti” con i politici), i proprietari della Menarini entrarono in contatto con il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola e con il potente sottosegretario Gianni Letta, e dispiegarono ogni sforzo per far approvare un emendamento che difendesse i prezzi dei farmaci brevettati, “in nome della ricerca e della occupazione”.

Arrivando anche a Berlusconi. Il 6 maggio 2009 Alberto Aleotti partecipa a una cena organizzata dal presidente del consiglio a Villa Madama e poi racconterà a Maria Angiolillo: “Il presidente mi ha voluto vicino, che è un onore che io non meritavo, ecco… poi a un certo momento ho avuto il coraggio di dire: “Immagino, signor Presidente, che lei abbia anche influito su quella questione…”

“E lui mi ha detto: “Aleotti! Ci abbiamo avuto addirittura un incontro a tre!”… Con Gianni Letta e con il ministro dello sviluppo. E ha aggiunto: “Quando mi hanno riferito la cosa, ho detto: fate, fate subito, perché siete già in ritardo””. Peccato che il sospirato emendamento avrebbe pesato, e tanto, sui conti dello Stato. E il ministro Giulio Tremonti gli sbarrò la strada.

A cercar di modificare le norme aveva contribuito anche il presidente toscano Enrico Rossi, all’epoca coordinatore degli assessori regionali alla sanità, autore di una lettera inviata il 15 dicembre 2008 a Scajola e basata su una bozza predisposta da Menarini, mentre una seconda lettera, basata anch’essa su un promemoria Menarini e destinata a Letta, non è stata mai spedita. Secondo gli investigatori, Rossi agì all’epoca come “un semplice postino” per conto della Menarini.

Ascoltato dai pm come teste, il presidente toscano ha riconosciuto che Aleotti cercò di fare pressioni su di lui: “Ma vi assicuro – ha spiegato – che la mia posizione sulla tutela del brevetto e contro il prezzo di riferimento era ed è frutto di una mia convinzione politica generale”. Il procuratore Giuseppe Quattrocchi ha voluto precisare che il presidente Rossi non è indagato e, al contrario, ha collaborato con l’attività investigativa della procura, riferendo elementi che hanno permesso di chiarire alcuni aspetti della vicenda.

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