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La crisi di Credit Suisse? E’ iniziata nel 2019. Ecco perchè

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Il tonfo registrato nella giornata di ieri dal Credit Suisse risulta essere solo l’ultimo, almeno in ordine cronologico, dei problemi che il colosso bancario elvetico deve affrontare. I problemi della banca, in realtà affondano le proprie radici nelle perdite e negli errori, che sono stati fatti nel corso degli ultimi anni.

Volendo analizzare nel dettaglio la situazione del gruppo svizzero, risulterebbe essere fuorviante e limitativo circoscrivere a quanto sta accadendo in questi giorni l’incubo nel quale è andato a sprofondare il gruppo bancario. Gli ultimi mesi, è inutile negarlo, per Credit Suisse sono stato un vero e proprio catastrofico calvario: partiamo dallo scorso 23 settembre. Era un venerdì: il titolo in borsa è crollato a quattro franchi, il minimo di sempre.

Nuovi minimi sono stati raggiunti anche nelle sedute successive, quando si è arrivati a 3 franchi e 52 centesimi ad azione il 3 ottobre. La capitalizzazione del Credit Suisse è scesa sotto i 10 miliardi: giusto per avere un termine di paragone, questo significa per la capofila UBS valere cinque volte la rivale.

Tre anni difficili per il Credit Suisse

Credit Suisse sta affrontando una vera e propria crisi di fiducia, che sta cercando di tamponare in ogni modo. Da un lato cerca di rassicurare i grandi investitori, dall’altro sta valutando di cedere alcune importanti attività, andando a mettere mano principalmente nel campo dell’investment banking. Si parla di una cura dimagrante, ma al momento ci sono solo e soltanto delle speculazioni.

I primi campanelli d’allarme, comunque, per il Credit Suisse hanno iniziato a suonare dall’autunno del 2019, quando il colosso bancario aveva deciso di far pedinare da un’agenzia investigativa Iqbal Khan, responsabile della gestione patrimoniale, che poi era passato ad UBS. Una vicenda che poi è finita in tribunale quando Khan e la moglie hanno presentato una denuncia per minacce e coazione, che si è chiusa nel luglio 2021 con un accordo tra le parti.

A causa di questo scandalo, nel mese di febbraio 2020, Tijane Thiam, ex ceo della banca, ha rassegnato le dimissioni dopo un lungo ed estenuante braccio di ferro con quello che, in quel momento, era il numero uno del consiglio di amministrazione: Urs Rohner. Ad aggravare il clima di sfiducia e sospetto arriva anche la notizia che era stato fatto pedinare anche l’allora responsabile del personale Peter Goerke.

Archegos apre una voragine

Sicuramente i pedinamenti hanno macchiato l’immagine della banca. Ma far crollare la fiducia degli investitori sono stati alcuni affari sbagliati, che hanno fatto sanguinare i bilanci del gruppo. Alla fine del mese di marzo 2021, il fondo speculativo Archegos Capital Management è stato costretto dalle banche creditrici a liquidare miliardi di dollari. In questo fondo speculativo è rimasto incastrato anche il finanziere Bill Hwang, che trascinato dal crollo in borsa della quotazione di ViacomCBS. Archegos è costretto a sbarazzarsi di volumi enormi: 20 miliardi di dollari stando a Bloomberg, 40 miliardi di dollari secondo il “Wall Street Journal”.

Per Credit Suisse siamo davanti a una perdita pesantissima, che è stata stimata in circa 4,4 miliardi di franchi. Nel corso del mese di marzo 2021 la banca è inoltre costretta a liquidare quattro fondi gestiti insieme alla società anglo-australiana Greensill Capital, ormai insolvente.

Il 2021, a seguito del crollo dell’hedge fund Archegos e dei fondi gestiti con la fallita Greensill Capital, si è chiuso per Credit Suisse con un rosso pari a 1,57 miliardi di franchi. Il danno d’immagine, a questo punto continua, di bilancio in bilancio. Nel corso del mese di giugno 2022, la banca è stata costretta ad annunciare tagli per 200 milioni nel breve e di 400 milioni nel medio termine.

Come se tutto questo non bastasse, lo scorso gennaio a fare le valigie è stato Antonio Horta-Osorio, presidente di Credi Suisse, che si è dimesso per aver violato le regole Covid-19 sulla quarantena.